“Scrivi qualcosa per me”. Sogno di una notte d’inizio estate

Tra le quattro e le cinque Roma pare quasi un quadro ordinato. Non ci sono macchine in coda, nemmeno una, e i parcheggi se li cerchi si trovano tutti. Si trova anche qualche autobus, che passa, vola, che ti lascia giusto il tempo di appoggiare un piede e poi via di nuovo. Se dimentichi di urlare “Porta” ti ritrovi al capolinea. Ed è già giorno.

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La città delle buche che diventano voragini

“Ma mica è ‘na voraggine, è una buca”. Così aveva detto, 15 giorni fa, il dipendente del call center dal ciuffo improbabile e dal polpettone di lardo incollato al basso ventre. Aveva ragione: l’asfalto si era forato, ma poco, e aveva aperto un varco sulla strada, ma piccolo. Roba che si sistema in mezza giornata, come certi pianti del mercoledì mattina. Subito erano arrivati i vigili, non meno di quattro, tutti indaffarati all’inverosimile per deviare il traffico e bloccare la strada, quella strada dritta che porta alla stazione Tiburtina in un battito di ciglia.

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“L’ho ucciso perché c’era il sole”

Ho letto una storia brutta, ma brutta davvero. Di due ragazzi che si chiudono in una stanza, ne chiamano un terzo e non lo fanno più uscire. Lo distruggono di colpi, un corpo nudo al decimo piano di un palazzo nel quartiere Collatino. Poi, forse, capiscono. Il primo ammette tutto ai carabinieri, il secondo prova ad ammazzarsi con alcol e barbiturici in un hotel di Piazza Bologna.

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Se guardi Roma con gli occhi di un lattante

Alla stazione scopro il rombo dei treni in corsa. Che ci sono quelli lenti come lumache e poi certe frecce, rosse o argentee, veloci come schegge ma sempre troppo costose. Vedo passeggeri silenziosi e amanti del telefono a voce alta. Compagni di una vita e coppie nuove, con baci e abbracci annessi. Tutti si muovono rapidi, valigie e fretta alla mano. Qualcuno, però, sta suonando il pianoforte. Sì, proprio dentro la stazione, davanti al latte e ai caffè, hanno messo un pianoforte vero che sembra un piccolo elefante. Un ragazzo ha il coraggio di perdere tempo a suonarlo, di farsi sentire anche se sbaglia un po’, di riempire di musica aria e soffitto.

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Casa dolce casa, il sacco a pelo e le sorelle di Termini

È ora di traslocare, sì, ancora una volta. Se non altro per recuperare, in una manciata d’anni, tutti gli spostamenti che non hai fatto da piccola. Tu che non hai mai visto arrivare l’impresa di traslochi, non hai mai pianto per il pupazzo scomparso, mai conosciuto scotch e scatoloni, adesso vivi un trasloco continuo, anno dopo anno, numero civico dopo numero civico.

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Nanni Moretti, le lezioni sul tempo e il tuo famoso impermeabile blu

IMG_7651Piove al momento sbagliato. Non sempre, ma il più delle volte. Stavo, per esempio, sognando di correre finalmente la mia prima mezza maratona. Ma, a parte gli inghippi burocratici e i certificati medici, l’autunno ha deciso che doveva tornare per qualche giorno.

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Il tempo spremuto – cronaca (richiesta) di un’amicizia

Noi il tempo l’abbiamo sempre spremuto. Come arance in sacchetto, quelle che se provi a mangiarle a spicchi ti sporchi le mani e ti passa la voglia. Vanno spremute per forza, una dopo l’altra, quattro per fare un bicchiere. Se non le spremi e ti ostini a mangiarle le trovi cattive, non riesci a finirle.

Goccia dopo goccia è anche il nostro tempo. Ci piace studiarlo, scrutarlo, parlare di quelle disgraziate cose immobili che non cambiano mai.

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