Asolo, a spasso con Hemingway aspettando domani

asolo-castleIl colle si sdraia sulla terra, segna il cielo come un’onda, tu lo vedi a poco a poco. Guardi in giù, asfalto e platani di una strada dritta, guardi in su, più avanti, alla pianura che dice addio. Insieme al colle vedi la rocca, presidio andato. Di sera brilla in un brillare convulso di luci, di giorno esiste come un pezzo di secoli spenti. D’inverno, a volte, si nasconde nella nebbia e non ti fa capire più niente. Peccato, ti ci riporto quando puoi vedere di più.

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Il lampadato, la regina del silicone e le altre stelle. Feste di un altro pianeta

Il buttafuori attempato è pronto a farci entrare. La guardarobiera infreddolita invita a depositare il cappotto. Noi, i primi segni del gelo addosso, entriamo senza sapere dove né come, trascinati da un vecchio compagno di università. “Bella musica, bel posto, bella gente”, dice. E suona come “la Roma bene” e “quel giovane di buona famiglia”: espressione indecifrabile.

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Se guardi Roma con gli occhi di un lattante

Alla stazione scopro il rombo dei treni in corsa. Che ci sono quelli lenti come lumache e poi certe frecce, rosse o argentee, veloci come schegge ma sempre troppo costose. Vedo passeggeri silenziosi e amanti del telefono a voce alta. Compagni di una vita e coppie nuove, con baci e abbracci annessi. Tutti si muovono rapidi, valigie e fretta alla mano. Qualcuno, però, sta suonando il pianoforte. Sì, proprio dentro la stazione, davanti al latte e ai caffè, hanno messo un pianoforte vero che sembra un piccolo elefante. Un ragazzo ha il coraggio di perdere tempo a suonarlo, di farsi sentire anche se sbaglia un po’, di riempire di musica aria e soffitto.

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In silenzio, per il tempo che serve

Sono felice che mi abbiano insegnato le parole, ma ancora di più il silenzio. Ché c’è tempo per tutto e anche per non dire niente, nel bene e nel male. Come quando torno al liceo e, passando davanti al laboratorio di chimica e alla rana in formalina, arrivo alle mie classi. Stesse piastrelle, stessi muri, ma qualche professore andato e certe facce tra i banchi che non conosco più.

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Bésame mucho – storia di un violinista all’incrocio della strada

Violinista di stradaSono le 9 e 13 minuti e lui suona la sua Bésame mucho. Come alle 11 e alle 3 del pomeriggio, alle 7 di sera e nel traffico dell’ora di punta. Come se l’amore fosse a ogni ora e in ogni stagione, e senza errori mai. Como si fuera esta noche la última vez. L’artista sconosciuto si esibisce all’incrocio di via Nomentana. È proprio lì, in mezzo alla strada, con la pelle maturata al sole come un’oliva e il violino da tre soldi tra le mani.

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