La città delle buche che diventano voragini

“Ma mica è ‘na voraggine, è una buca”. Così aveva detto, 15 giorni fa, il dipendente del call center dal ciuffo improbabile e dal polpettone di lardo incollato al basso ventre. Aveva ragione: l’asfalto si era forato, ma poco, e aveva aperto un varco sulla strada, ma piccolo. Roba che si sistema in mezza giornata, come certi pianti del mercoledì mattina. Subito erano arrivati i vigili, non meno di quattro, tutti indaffarati all’inverosimile per deviare il traffico e bloccare la strada, quella strada dritta che porta alla stazione Tiburtina in un battito di ciglia.

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“L’ho ucciso perché c’era il sole”

Ho letto una storia brutta, ma brutta davvero. Di due ragazzi che si chiudono in una stanza, ne chiamano un terzo e non lo fanno più uscire. Lo distruggono di colpi, un corpo nudo al decimo piano di un palazzo nel quartiere Collatino. Poi, forse, capiscono. Il primo ammette tutto ai carabinieri, il secondo prova ad ammazzarsi con alcol e barbiturici in un hotel di Piazza Bologna.

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Dai petali ai canguri alle delizie della sharing economy. Abbiamo perso le parole

Matteo (quello piccolo) assembla lettere e diventa famoso. E forse la sua parola esisteva già o forse no, ma poco importa. Il web è esploso come una bombola di gas e i frammenti dei petali hanno raggiunto ogni area semantica. Catapultati alla massima velocità, di tweet in tweet, di post in post, fino al biscotto inzupposo di Antonio Banderas e della sua gallina di famiglia.

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Asolo, a spasso con Hemingway aspettando domani

asolo-castleIl colle si sdraia sulla terra, segna il cielo come un’onda, tu lo vedi a poco a poco. Guardi in giù, asfalto e platani di una strada dritta, guardi in su, più avanti, alla pianura che dice addio. Insieme al colle vedi la rocca, presidio andato. Di sera brilla in un brillare convulso di luci, di giorno esiste come un pezzo di secoli spenti. D’inverno, a volte, si nasconde nella nebbia e non ti fa capire più niente. Peccato, ti ci riporto quando puoi vedere di più.

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Se guardi Roma con gli occhi di un lattante

Alla stazione scopro il rombo dei treni in corsa. Che ci sono quelli lenti come lumache e poi certe frecce, rosse o argentee, veloci come schegge ma sempre troppo costose. Vedo passeggeri silenziosi e amanti del telefono a voce alta. Compagni di una vita e coppie nuove, con baci e abbracci annessi. Tutti si muovono rapidi, valigie e fretta alla mano. Qualcuno, però, sta suonando il pianoforte. Sì, proprio dentro la stazione, davanti al latte e ai caffè, hanno messo un pianoforte vero che sembra un piccolo elefante. Un ragazzo ha il coraggio di perdere tempo a suonarlo, di farsi sentire anche se sbaglia un po’, di riempire di musica aria e soffitto.

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In silenzio, per il tempo che serve

Sono felice che mi abbiano insegnato le parole, ma ancora di più il silenzio. Ché c’è tempo per tutto e anche per non dire niente, nel bene e nel male. Come quando torno al liceo e, passando davanti al laboratorio di chimica e alla rana in formalina, arrivo alle mie classi. Stesse piastrelle, stessi muri, ma qualche professore andato e certe facce tra i banchi che non conosco più.

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