Storia di una bicicletta. 200 anni al ritmo di sogni, fatiche e ginocchia sbucciate

C’è una regola non scritta, sacra come una bibbia, che le mamme insegnano prima che le ginocchia si sbuccino. Vai avanti, non fermarti, sempre dritto. E non ho mai capito se parlino per instillare una lezione di vita, però funziona. Meglio di un ordine.

Anche se la corsa è un’onda incerta, se le macchine suonano e il manubrio trema, tu continui e non ti fermi mai. Come in un esercizio di fisica, in un moto rettilineo uniforme per cui dimentichi anche il vento e la strada disastrata, i sassi e le buche. Molto meglio di vent’anni dopo, quando esiti a ogni passo, ogni binario, ogni alternativa. All’inizio pedali come un Bartali, ritocchi i cambi, lasci andare le mani. Poi chiudi gli occhi per un lungo attimo e se davvero cadi non è sangue, è un trofeo.

Per questo sorrido quando penso alla bicicletta delle medie che spezza in due un campo pieno di spighe. Ore 7.55, 12 anni, all’apparenza nove. Volevo ancora “di lavoro far nascere i bambini”. Ma anche dirigere un’orchestra, ballare sul palco o diventare Lilli Gruber in una magia. Quindici anni dopo quel campo non c’è più, sostituito da palazzi, vuoti e pieni continui, case che non conosciamo, luoghi che non attraversiamo. E la bici si è persa per strada, come il giornale che scrivevo in classe, tra cronaca rosa e invenzione.

Poi è venuto il tempo delle bici da uomo, con quella canna orizzontale che cambia il disegno e lo spirito, che trasforma la forza di un pezzo di ferro. Poteva trasportare tutti spostando sulle gambe il peso di un macigno, sulla voce la fatica. Cosa avessimo da raccontare non so, ma ingigantiva amicizie e faceva immaginare un amore. L’ho comprata nera, vecchia, il manubrio come si faceva una volta. Compagna di tempo e di spazio, compagna di liceo. Alle 7.50, ora dello scatto felino, lei vedeva il castello addormentato, i bar al risveglio, l’aroma di dolci in pasticceria. Il ciclista fumatore delle otto meno cinque, che incroci ogni giorno, sigaretta alla mano, le nuvole perfino negli occhi. All’arrivo il parcheggio era un formicaio, d’inverno le mani congelate, d’estate le gonne pronte a far vedere le gambe, le mutande.

Anche oggi, per distinguere una città, mi chiedo se lasci vivere i suoi ciclisti. Se li coccoli nel freddo del nord Europa o li tormenti in un groviglio di polvere. Assisto allo spettacolo del traffico romano, il clacson, la bestemmia, lo slalom audace. Sorrido incredula davanti a ciclisti che si sentono rivoluzionari. Perché lì da noi, lì e ovunque, la bici è pane, senza etichette. Una banalità essenziale che ci hanno insegnato insieme alla parola e abbiamo coltivato da bambini nelle sere più calde, senza orari, senza scuola. A Roma, invece, la bici è la rivendicazione di attivisti, coraggiosi, ambientalisti, alternativi, perfino organizzatori di eventi e di mercatini vintage. Persa tra vicoli e strade, tra macchine sguaiate e tassisti incazzati neri. Quel che resta di un’abitudine: il desiderio di un lusso.

E infatti devo ancora capire come usarla, qui, l’ultima creatura che mi accompagna, battezzata Bianca e bella come il sole. Ci ho fatto avanti e indietro in un anno incerto, tra linee di tram e portiere aperte all’improvviso, tra gas di scarico e brezza primaverile. Il lavoro che si fa a piccoli bocconi, la paura di non riuscire abbastanza, le notizie più belle che arrivano come una valanga.

Nella pioggia, invece, la bici era un inno di libertà. Si tornava a casa bagnati come cani, i capelli incollati alla testa, la schiena stretta al termosifone. Libertà voleva dire, allora, diventare come non si poteva essere, subire ridendo e alzare le spalle. Oppure finire travolti dallo tsunami di una pozzanghera e maledire per gioco l’autista. Ma molto prima di noi, libertà era anche solo il vago pensiero di salire in sella, da donna, e non dover chiudere le gambe. Poi la pedalata delle staffette, tra muscoli, rischi e un’Italia da rifare.

A Lione, invece, si pedalava nel ritorno a casa, al buio, sospesi nel tempo. Puntando a sud, scoprendo improvvisamente il ponte sul Rodano, correre voleva dire trattenere i mesi, sentire il vento trascinato dall’acqua e l’umore dei battelli appoggiati sul fiume. Bici in vendita, a noleggio, bici a gettone in ogni angolo. Quella cosa di tutti che devi e vuoi trattare con i guanti perché un giorno, chissà quando, andrà ai figli dei figli.

“Una storia d’altri tempi, di prima del motore quando si correva per rabbia o per amore”. Così, su una bicicletta scomoda, dura come il marmo, lui accompagna a casa lei senza guardare la strada. Su una bicicletta le gambe nude di Pantani, la tivù eterna dei giri d’Italia, la salita del Monte Grappa, la telecronaca che non si riposa. In bicicletta la droga per pedalare di più, ma anche gli occhi bambini di chi nella strada immagina una vita. È che la bici ha il nostro stesso passo, il ritmo della fatica, il respiro di un sogno bastardo. Ci dice vai avanti e troverai la strada, il paesaggio, un passaggio. Vai avanti e troverai un amore, il dolore, un miraggio. Il tuo viaggio.

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