Sapore di sassi. Dalla Puglia a Matera senza di voi

“Andiamo in Puglia quando gli altri non ci sono. In macchina, giù e ancora giù, fino al mare più blu. Trattiamo qualche giorno come un’isola e poi risaliamo e raggiungiamo i sassi. Compriamo il pane, quello vero, e torniamo a casa”.

PolignanoDOMANI A POLIGNANO – Polignano arriva come il regalo di una perla. Brilla nella sera tra una Puglia liberata dai turisti e gli stranieri che guardano increduli. Il mare, la baia blu, il bianco delle case che salgono e scendono, come altalene senza tempo, mentre una gatta segue i suoi cinque piccoli tra i vicoli. Hanno un mese o due, secondo te? Vicino, le trattorie profumano di generazioni, odori e colori che da soli spiegano una terra cos’è.

TRULLI IN FESTA – “Siete fortunati, oggi festeggiamo Cosma e Damiano”. Ce lo spiegano a parole, dopo che già lo abbiamo capito percorrendo le strade. Vedendo le olive, i cesti colmi di pomodori secchi, i santini da appendere e i vecchietti a passeggio. Il sacro e il profano riuniti al tavolo, accanto perfino a un super innovativo panno di bamboo. Ma lo provi, signora, pulisce come lei non ha pulito mai. Praticamente un affronto: la donna si ferma all’ascolto, una schiera dietro, tutti attenti al rito della pulizia nonostante la musica dance, i panini cotti al momento, le castagne del giorno dei santi.

AlberobelloCosa vi portiamo?, chiedono, e noi cadiamo in tentazione di fronte a due ore di cibo e vino. Qui non è più la via battuta, non più pacchi di orecchiette e gadget senza scadenza, ma un menu che pare un matrimonio. Noi forestieri tra gli invitati, loro a celebrare la storia, le stagioni, questi patroni che riempiono i manifesti e il senso dei luoghi. E allora sei antipasti, due primi, un secondo e un caffè. Il dolce non lo volete?, chiedono prima di offrire il rosolio, segno della resa.

CASE BIANCHE E IL VERO BLU – Se tiri giù il finestrino, senti chiamare la campagna. Ti ricordi quanto è bello, a volte, smentire i piani, cambiare strada, scegliere la meta due giorni prima di partire. Dai cubi bianchi di Ostuni ai toni del blu di Otranto. Qualcuno dorme, c’è chi ha acceso la televisione su Barbara D’Urso. Voleva dire inquirenti e ha detto acquirenti!, osserva lui, origliando le parole servite in cucina. Certi piatti risuonano ancora, mentre in fondo, oltre i tetti, dopo i camini, è una spianata verde che ci accompagna fino a Lecce.

A LECCELecce LA LENTEZZA – Troviamo muri caldi, vie da percorrere per ore e anche una multa sul vetro della macchina. Poi tante piazze, grandi, piccole, popolate e sgombre, che fanno di uno spazio vissuto un luogo vivibile, un posto dove dire: “Che bello, sa di casa”.

In centro stanno girando la scena di un film, bloccano il passaggio davanti al Duomo e ti chiedono di fare veloce. Il resto, tutto il resto, è la personale ricerca di una meravigliosa lentezza. Nel pane che mangiucchio come da bambina, come il papà non voleva mai. Nei locali del “rifiorire pugliese”, di una regione che per tre mesi all’anno è il centro del mondo. Nel pasticciotto che si assaggia qua e là, e la luce che scende sempre prima, coccolando chiese e botteghe. Nel ragazzo che canta Battisti ai passanti con l’aria di chi cancella ogni impegno. Nell’africano che vende libri e che, più che vendere, attacca bottone. Conosci la legge Bossi-Fini, mi chiede, e scopro che ha imparato il diritto lontano dai manuali, sulla pelle.

A TARANTO UNA CONDANNA – Le vie si riempiono, vivono a lungo e a lungo dormono, vecchie bambine. Neanche il tempo di salutarle come piace a me, per sapere che ci siamo incontrate per un attimo e che in un attimo ci stiamo separando. A Taranto, invece, non posso stringere nemmeno la mano. La vedo di striscio, dall’autostrada, e solo nel covo di ciminiere che la avvelena. Pali alti che spezzano il cielo, contaminandolo. Qui, nei giorni in cui vengono diffusi nuovi dati sui mostri che crescono dentro gli abitanti. Qui, quel tipo di condanna che l’uomo si infligge da solo, quando decide male, quando non decide, quando si lascia ammalare i bambini e stravolgere il tempo del corpo.

MateraMISTERO DI MATERA – Il tempo, i secoli, a Matera sono invece una favola vivente. La leggiamo di sera, scoprendo i sassi e i passaggi più bui. Le vie che portano a un’arcata di case antiche, le poche direttrici per orientarsi. Sui percorsi più stretti, invece, ci perdiamo puntualmente e volutamente. Per salire e scendere, e ascoltare un silenzio mai sentito.

Andiamo avanti e arriviamo in fondo, fin dove, all’improvviso, i sassi finiscono, la chiesa si rivela a capofitto sul nulla, il colore della notte prende il posto del grigio e se fai un passo cadi giù. Incubo meraviglioso. È tutto vero eppure sembra un palcoscenico: un blocco illuminato da riflettori di mistero e poi il buio di una natura che già dorme.

LA CITTA’ OSTINATA E NOI – Poco lontano, la città che vive ancora, quella nuova, in cui ci perderemo per cercare il pane, in fila tra i materani. Cosa ti dò, chiedono, ma c’ero prima io, sostiene un vecchietto incazzato. E un intero quartiere odorerà di farina. Ma ora, qui, qui sembra di parlare coi millenni. Con il tempo che è andato e insieme è rimasto, con il pensionato al bar Sedile e la cricca di amici, compagni di una vita. Matera ostinata e ossuta, come una bisnonna. Matera grigia senza bisogno di colore. Spettrale e viva, spettacolare ma non museo. O almeno, non ancora.

MateraMentre camminiamo, rileggo le parole di Michael Cunningham, quelle che da mesi mi attraevano qui. “Le foto sono suggestive, indubbiamente, ma non riescono a trasmetterti la sensazione — palpabile nel momento in cui metti piede in città — di essere fragile a tua volta, di pattinare sulla superficie rocciosa della mortalità. Tu sei caduco. Matera no”. E ancora: “Camminando per Matera è possibile scorgerne i fantasmi originari, magari anche solo per un istante”. Come giocare con l’immaginazione, coi mondi che creiamo di notte, i personaggi fatti d’ombre, gli animali che di giorno non esistono.

Di giorno, il sole colpisce i sassi e fa il paesaggio ancor più aspro. Scalda l’aria, dipinge di rosso le facce dei turisti francesi. Dissuaderebbe chiunque dal proseguire nel saliscendi. Ma non qui. Qui tutti vanno, anche la combriccola di anziani dal respiro affannoso, gli ottantenni in tour, alla scoperta delle meraviglie dell’universo. Forse, davvero, Matera spinge a non demordere: un monumento alla resistenza, viva e vegeta più di ogni città che conosciamo e abbiamo visto.

MateraCosì, prima di allontanarmi, guardo una vecchietta nel suo ritorno a casa. Gli zoccoli ai piedi, le chiavi in mano, un portone in testa. Arranca, rallenta, si trascina come una lumaca su due gambe storte, in un vestito che è quasi sottana, notturno e privato. Lei non si ferma mai. E mi pare improvvisamente un augurio: tieni a mente la strada di casa, le cose tue, la porta; poi tieni buone le gambe, per andare lontano, in salita, sui sassi.

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