Io e lei, l’arte di andare al mare peggio di Fantozzi

Questa storia comincia davanti a un aperitivo: “Domani vorrei andare al mare, andiamoci insieme, dai”. Dici così, e scopri che lei, di solito chiusa in un “ti faccio sapere”, non tanto per improrogabili impegni ma per tenersi stretto il lusso di dire no, ora è stranamente pronta.  “Va bene, domani va bene”. Ha ceduto, per sintetizzare, davanti a uno spicchio di pizza allo speck. La forza inestinguibile del cibo.

Così, intorno alle undici, comincia la programmazione blanda delle sere d’estate. C’è solo un dettaglio: che non abbiamo una macchina. Io non l’ho mai avuta e comunque sostengo di non saper, di non poter geneticamente guidare a Roma. Lei una macchina ce l’avrebbe, ma ha dimenticato di possedere una patente nel tempo in cui in faccia ancora aveva qualche brufolo. Robe da adolescenza. “Allora forse andrà bene anche un autobus”.

Inutile dire che i consigli, noi, non li chiediamo mai al momento giusto. Mai prima di incorrere in una catena causale di disgrazie fantozziane, e sempre dopo l’irreparabile. Così anche in questo caso. Perché sarà solo dopo, non prima, che l’amico-che-sa-tutto-di-mare-romano concluderà con un “Pazza, tu sei pazza, al mare con i mezzi MAI”.

Ormai è tardi, noi inauguriamo la giornata alla stazione Cornelia, vagando per il piazzale in cerca dell’autobus giusto. Che ovviamente non si vede all’orizzonte ed è quindi sbagliatissimo. C’è, invece, un bambino cinese con la maglietta del Canada. E qualche coppia assonnata con piccolo frigo anni Novanta in spalla, due bottiglie di Coca tra le mani. Poi certi autisti in pausa che tengono stretta una pizza bianca alla mortadella. Binomio spettacolare per cominciare la giornata con il carburante giusto.

bianchinaCarburante, appunto. Peccato che il sogno dell’autobus non si materializzerà fino a mezzogiorno circa. Seguiamo le ombre sul piazzale, questa qui, quella lì. E intanto io sfoglio le pagine del giornale per sapere almeno cosa sta succedendo in giro. Poi, quando il sole picchia dritto, verticale, cattivissimo, arriva un ferro vecchio che, si suppone, uscirà dai meandri della Capitale e arriverà dritto al litorale.

Saliamo, io riesco a sedermi vicino a una squadra intera di venditori di borse, braccialetti, collane. Lei resta in piedi vicino alla porta, sorride al bambino cinese e pensa: “Vabbè”. Immagina una corsa di 100 metri, lei, e ha davanti una maratona. L’autobus è l’Africa, niente aria condizionata, raggi che rimbalzano addosso e le fermate, lungo la strada, un puro miraggio.

Del benedetto quotidiano riesco a leggere anche i necrologi. E la pagina dello sport che, nonostante i propositi di inizio anno, trascuro sempre, stagione dopo stagione. Poi guardo fuori e, mentre sudo e mentre osservo queste facce venute da un altro continente, che quel viaggio lo fanno ogni giorno, mi chiedo se arriveremo mai a destinazione.

Arriviamo, arriviamo. Circa due ore dopo. E sembriamo due pecore così smarrite che un uomo venuto dal Senegal decide di intervenire. “Il mare è lì”, dice. Almeno questo lo avevamo capito, ma ringraziamo col sorriso. Lui prosegue e indica, punta il dito verso la spiaggia. Ci ricorda che passerà a cercarci, così ricambieremo il favore.

526x297-FneLa tintarella, si capisce presto, è un disegno maculato e confuso, il segno evidente di una crema malmessa. Però il sonno sul lettino è quel vero sonno estivo, senza tempo, senza forze, che pieno d’afa strappa via i pensieri. Poi arriva lui, riappare dalla sabbia in un abito africano pieno di colore. “Voi, ragazze!”. Ci ha trovate, è fatta. E allora dà il via alla sacra esposizione delle collane d’osso, un rituale senza fine, un pozzo senza fondo, in cui lui vuole esibire tutta la merce e tu devi dire, alla fine, cosa vuoi portare a casa. “Il prezzo dico dopo”, spiega. Intanto racconta che ogni anno percorre il litorale romano, che ad agosto va in Calabria, che dopo l’estate torna in Senegal. Che ha tanti figli e tre mogli, lontanissimi. “Ma quanti anni hai?”, chiede lei. E scatta il gioco a indovinare, quel misto di imbarazzo e paraculaggine in cui ci si invischia sempre. Io chiudo gli occhi per non osare i 70, lei azzarda e dice: “Ventisei”.  Non lo so se trattiene le risate o se non si è accorta che i denti in bocca sono due, tutti neri, e che l’amico zoppica più del dovuto.

Forse è tutta una strategia di mercato. Ma non funziona. Il prezzo di listino per la collana è 25 euro, tutto deciso. E l’onere di trattare ricade su di me. Allora improvviso, azzardo un dieci, chiudiamo a 15 perché mi ha fregato con l’Africa e perché, spiega, “io aiutato voi prima, è la vita”. È opinabile, ma in effetti è la vita. E meglio povera che stronza.

Lui se ne va e ci lascia le collane, i visi delle figlie di cui va tanto fiero, il sorriso mentre parla delle mogli, le fotografie che tiene strette su un Samsung e che il Samsung restituisce accaldato e invecchiato. Che vite diverse, penso, abituate a distanze infinite, a tempi enormi, alla sopportazione.

Poi cediamo al sole e, tra Africa e Italia, balliamo in questo e quel discorso lì, fino al matrimonio di lui o lei, perché sì, è cominciata la stagione della vita in cui arrivano i grandi annunci e non ce ne siamo neanche accorte. Ma è ora di andare: aspettiamo un autobus che non arriva, saliamo al volo su quello che non sarebbe dovuto arrivare mai. Vedi la vita, direbbe il senegalese.

E di nuovo intrappolate sulla strada in direzione della città. Di nuovo di corsa scendiamo alla prima stazione dei treni e voliamo su un regionale che, se tutto va bene, arriverà a Roma. Prima o poi, e non prima di averci impegnato nell’acquisto di un biglietto a prezzo maggiorato.

Sai che Fantozzi, al mare, ci va più comodamente? È che forse avevo voglia di questa cosa qui. Di avere i soliti vent’anni che ho con lei e gli altri, di macinare discorsi in cui non c’è niente da dimostrare, e sentire il caldo e il sole in un’estate di novità. E il freddo della lattina e il senso del giorno libero. È vero che Fantozzi almeno ha la macchina. Ma in fondo, adesso, chi se ne frega.

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