“Scrivi qualcosa per me”. Sogno di una notte d’inizio estate

Tra le quattro e le cinque Roma pare quasi un quadro ordinato. Non ci sono macchine in coda, nemmeno una, e i parcheggi se li cerchi si trovano tutti. Si trova anche qualche autobus, che passa, vola, che ti lascia giusto il tempo di appoggiare un piede e poi via di nuovo. Se dimentichi di urlare “Porta” ti ritrovi al capolinea. Ed è già giorno.

Alla stazione Termini si rimescolano le carte. C’è chi scende, c’è chi sale. Come quella manciata di donne, capelli legati, vestiti comodi, scarpe basse, che si organizzano in combriccola come se non fosse notte fonda, come se fosse mezzogiorno e quasi pranzo. Hanno cinquant’anni e si muovono tra i sedili liberi, vere abitanti del bus.  Puliscono banche, uffici, hotel, spazi infiniti che calpestiamo senza immaginare. “Avete dormito qui?”, chiederei. E sarebbe una medaglia all’onore, ma anche sottolineare che da una vita si bruciano la notte lontano dal letto.

Con loro ci sono i ragazzi di un mondo che non conosciamo nemmeno. Quelli che mentre i nostri fratelli tornano a casa escono per aprire il baracchino della frutta davanti al Colosseo. O per tenere in piedi le fiorerie, le tante fiorerie che riempiono Roma come stelle in cielo.

Poi ci sono gli avventori, quelli di una sera soltanto. Tu li vedi subito, loro li distinguono senza doverli guardare. Sono gli unici a parlare forte, a suonare il campanello fuori tempo, a spalancare le braccia al cielo davanti al Colosseo come a dire “Stanotte è mio, questo è mio”. Le signore delle pulizie non ci hanno mai pensato, di poter essere proprietarie per una notte. E i ragazzi del Bangladesh non ci crederebbero neanche se leggessero che hanno messo tutto in vendita, anfiteatro e fori a un prezzo speciale.

La differenza è anche nella velocità dei movimenti. In chi lavora mani e gambe hanno già ritmo nel sangue. I reduci della notte, invece, si addormentano con la bocca storta da un lato, piombano verso la spalla destra, appoggiano il capo al finestrino, dimenticano la fermata. Oppure perdono l’equilibrio nella sfida di stare in piedi.

E io guardo e scopro tutto come una rivelazione quotidiana, come una regolarità che non avevo conosciuto mai, solo visto questa o quella volta, in una meteora. Loro sono sempre lì, al secondo giorno e poi al terzo, al quarto già un po’ stanchi. E allora scappa un sorriso, oppure il “ciao” di chi si riconosce. E loro sembrano dirti: “Sei di nostri, quindi”.

Le vie del centro dormono a testa in giù, c’è un barbone su un marciapiede che si gratta la pancia. E a Termini si schiera un paese di sacchi a pelo e ragazzi senza casa e senza destino, quelli arrivati via mare che non trovano spazio in terraferma. Tre ragazzi americani camminano in cerca dell’hotel, gli spagnoli in Erasmus sono ancora in piazza come alle otto. E lui e lei, partiti dall’Ecuador, si muovono su via Cavour in cerca del numero giusto. “Non è l’N12, è l’N2!”, scoprono dopo aver sbagliato strada e quartiere, direzione e senso di marcia.

L’estate sa di estate, profuma l’aria e toglie l’ansia del tempo. Anzi, questo tempo è bello lasciarlo andare anche se corre, anche se è proprio buio e se l’alba arriva tra un po’. E poi non ci sono ancora le zanzare, fa perfino un po’ freddo. Così ti copri le spalle e pensi: “Non lo avevo previsto”. Le chiese brillano illuminate dai lampioni, il marmo e il blu messi a fianco come macchie. E il Circo Massimo è una buca di pace, vasta, muta, che dorme di un sonno pesante.

Un giorno sì, un giorno no io incontro anche lui, corridore notturno. Fa qualche passo attraversando l’incrocio, non aspetta il semaforo verde e subito va. Va, lui parte alle quattro e mezza. E pare la sua ora d’aria, la sua libertàAnche Roma sembra libera. Libera dalle macchine e dai suoni, risuona del canto degli uccelli. Si colora di viola, si scuote di vento e brilla di luce quando l’alba arriva, calma, brevissima.

Mi tornano in mente le notti lunghe, le sere piatte, le estati lente di un tempo lontano. E il giorno delle vacanze in cui qualcuno arrivava e diceva: “Scrivimi un pensierino, Anna”. Io prendevo la Bic in mano e preparavo pochi disegni, tante parole. Descrizioni di questo e di quello, sempre a piedi nudi sull’erba, con mutande come fossero costumi. E si riempivano i quaderni, i capelli sapevano di cloro, le lucciole in giardino esistevano ancora.

Quasi in una giravolta, è sempre un po’ la stessa estate, la bella estate di sogni, sull’unica strada che ha portato fin qui. Buia perché non è ancora giorno e perché “chissà”. Piena di questo tempo che gioca sempre: dilatato, infinito nel giardino della nonna, cronometrato, scalettato nei giorni qui. “Scrivimi questo, ora”. “Scrivimi un pensierino, Anna”.

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