Perché Guccini è mio nonno. E di quelli come noi

Forse perché uno dei due non l’ho visto mai e perché l’altro non l’ho visto invecchiare, non mi ha vista crescere. O forse perché ricordo gli spalti e i chioschi, la scaletta e la camicia rossa, e l’urlo “Seduti!” a chi si alzava nel pubblico, rubando la vista a quelli dietro. Forse perché ha la barba, quella barba fitta da saggio a cui chiedi i tuoi perché.

Guccini è mio nonno, anche se non lo sa. Così, almeno, lo immagino, così avrei voluto sentir parlare un nonno se avessi potuto trattenere più di qualche scatto, raro, isolato. Avrei voluto trovarlo a filosofare pure sui perché, incontrarlo su una panchina a sbrogliare il tempo come un filo. Lui è così, così ci ha spiegato anni, errori e esperienza. Cioè, in sintesi, tutto quello che possiamo avere.

Io mi sono immaginata l’osteria di fuori porta, ora che la gente che ci andava a bere è tutta morta. E ho provato a rivedere la rivolta tra le dita, a sentire lo scirocco che non soffia mai abbastanza. Mi son messa più di qualche maglione sformato su un paio di jeans, soprattutto nel periodo in cui amavo nascondere più che mostrare, e cercare vestiti un po’ andati. Ho pensato a Venezia e Bologna, al “suo viaggio di nozze stile freak”. E alla potenza che può avere un immaginario, tra la via Emilia e il West.

Dal nonno Francesco si eredita l’attaccamento al tempo, che è tormento o poesia, dipende da come ti svegli. Così mi ricordo anche il secondo del minuto del giorno, inevitabilmente, e ho dimenticato solo poche cose, e per scelta solo alcune persone. Se guardo nella tasche della sera rivedo sempre le ore che conosco già. Gli amici persi, i libri mangiati, le mete da sognare e la sete mai appagata: eccoli lì, pare di toccarli.

Ma tra le righe leggo anche, spesso, quel che gli altri si aspettano da me. Come un rumore in sottofondo, la benedetta laurea che vale più delle canzoni, la strada dritta che ha più senso delle utopie. E chi avrà ragione, se loro o noi, chi lo sa. Ma a ogni passo c’è quel rumore là.

Guccini RadiciIl nonno barbuto se ne frega. E più di tutto, in fondo, lui è la coerenza. La incarna in tutta la figura massiccia, la rappresenta senza doverlo dire. Si limita a dire addio a chi non sceglie, non prende parte, non si sbilancia. Addio alle menate di certi tempi strani, che lo fanno apparire anacronistico, mai ridicolo.

È che a Guccini non devi chiedere cosa pensa di quel nuovo cantante lì, o della politica d’oggi: lascia che dica le parole che vuole, e non di più. Coerenza è anche questo. Come è nel ricordarsi che sei cresciuto tra i saggi vecchi di montagna, tra castagne e erba spagna, e poi tra gli amori e i mattoni di una piccola città. La provincia, beh, anche noi sappiamo cos’è, ma lui ce la spiega. Ci spiega perché si piange e si rimpiange, e quanto la si vuole lasciare e ricercare di continuo, quella “vecchia bambina” con cui si è cresciuti.

Poi l’amore, ma in mezzo a tutto il resto. Non un corollario, neanche un’idea, anzi proprio quella cosa vera che si mischia alle giornate, a volte bene, altre malissimo, sempre con una buona dose di malinconia. E allora senti i suoi passi che arrivano, il tintinnare del suo buonumore. Ma anche il cinema che paga lei, le cose che cambiano, gli allontanamenti a tempo o definitivi. E poi quel sentire più maturo, quel modo nuovo di volersi bene, quando insieme si cresce, si cambia, e si vuole perfino il saluto dei “tuoi vecchi”, e l’aroma della “tua salvia”. La tua geografia.

Questo nonno spiega tante cose, e anche che le cose vanno storte. “Un cazzo in culo e accuse di arrivismo” e il vino rosso, routine dentro al bicchiere. È un nonno strano, che conosce la notte, la descrive, la coltiva, come un altro modo per dire “sono”. Tirando avanti fino alla bottiglia vuota.

Io lo cerco nelle righe, nelle note, nella voce un poco andata. Nei cd che si sono rotti, incastrati dove li abbiamo ascoltati troppo. E ogni volta che si bloccano ci blocchiamo noi, ed è un momento quasi d’amore. Questo nonno che non è un nonno, che non ci ha visti, non sa chi siamo, lo cerco nel minimizzare i propri risultati, nel non prendersi sul serio. Lo cerco, e lo trovo, nella forza delle immagini, ma soprattutto nel non essersi tradito mai. E forse è un lusso del mestiere, della vita che ha avuto. O più che altro è il lusso delle scelte.

Questo nonno che non è un nonno lo cerco nei passaggi di malinconia, e a Bologna, e nella piccola città, bastardo posto, e nei giubbotti e nel juke-box di un amore immaginato. Mi tengo stretta quelle sere, tutti vicini, dietro all’urlo di “Seduti”, tra “Canzone per un’amica” e la lunghissima locomotiva, tra i nostri anni di liceo. Stretta, vicina anche la volta che non c’ero e che ho mancato l’ultima data prima dell’uscita di scena. Mi tengo, ci teniamo tutto. Compreso quel sogno di restare un po’ uguali, un po’ fedeli ai ragazzi che siamo.

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