Scappare da Via del Corso. Per amore della città

Cosa non farei per evitare di percorrere la linea dritta che da piazza del Popolo porta a piazza Venezia. E mi perdoneranno le commesse che promettono tutto a 29 euro e 99, e i due ragazzi con musica e break dance. Chiedo scusa anche al vecchio cinema Metropolitan, malinconico e serrato, senza più film, e a quel che rimane di un bike sharing fallimentare, che ha lasciato le rastrelliere e perso le biciclette.

Ci sono anche 47 ottici, 30 negozi di mutande, bar senza storia e gelati color colorante. Per non parlare di quando arriva il Natale e le luci più sobrie del mondo le trovi tutte qui. Qui, a Via del Corso, fili che brillano e bandierine intermittenti.

Barbiere romanoDi corsa mi devo buttare nelle viuzze e nelle piazze nascoste, dove Roma è ancora Roma, o almeno le somiglia. I sampietrini sono perfetti per i tacchi di tua mamma e qualche vecchio commerciante c’è, resiste. Si trova perfino la scritta “barbiere” e, entrando, si scopre che è davvero lui. Maschio e per soli maschi, dispensa poltrone in pelle ed eliche quasi sudamericane, quelle che appese al muro ti spostano il ciuffo e dicono: “È estate, sai”. Il barbiere di una volta dice no ai settimanali scandalistici e coltiva ancora l’antico uso della chiacchiera. Il parlare dondolando le parole e ricordando aneddoti di seconda mano.

Quel tipo di strada, dritta, lunga, vittima della grande città, pare proprio che ci debba essere sempre. Lenta, ostruita come il flusso dei pensieri in viaggio, colonizzata da souvenir e leggins a due lire, si riempie di caffè senza affezionati e a volte ospita un Hard Rock Café. La sua massima poesia è una Caesar salad, nel momento di silenzio in cui il pane fa croc.

Prendi Oxford Street: anche lì si svicola, si cerca di non guardare. Lì si scappa dal gelato di Ben and Jerry e da churros inflazionati, dall’ennesimo Frappuccino Starbucks e dal diossido di azoto nei polmoni. Poi le baguette di Marks & Spencer, le mele singole vendute a peso d’oro e i giornali da consumare in un’ora, che il giorno dopo non ne è rimasto un foglio.

Una volta ho avuto l’ardire di assaggiare una cassetta di fragole, inquinamento compreso, a due passi da Bond Street. “Adesso te le compri tutte”, ha detto la furia del venditore inglese. Io, sedicenne, non del tutto pentita, ho aperto il portafoglio e pagato in un attimo. Qualche fragola l’abbiamo mangiata camminando, io e C., innamorate di Londra e della seconda metà del liceo. Il resto era marcio dopo un’ora, come i cassonetti vicino alle Ramblas.

Via VenetoScappo, io scappo lontano da via Veneto. Spiegami perché, che è ancora così bella. Sarà che il cameriere con cappello a cilindro tira fuori un cliente arrivato da Dubai. E si mescolano nostalgie e logiche di mercato, in un mondo in cui l’Italia non conta più nulla. Russi, indiani e quei soldi liquidi che non sappiamo cosa siano. Ma la sera, l’hai vista la sera? La sera l’ho vista, ci cammini solo e non trovi nessuno. Giusto due turisti che inghiottono una pizza surgelata, i cartelloni del cinema e i titoli di giornale all’edicola, vecchi di 12 ore, cioè di circa un secolo.

Poi il Café de Paris a luci spente, che promette “La Dolce Vita” in un’insegna, ma porta addosso i sigilli della magistratura. Senza soluzione di continuità, qui si parte dall’Italia mitica e andata e si arriva dritti alla criminalità organizzata. A due metri, un senzatetto, unico residente. Siede al bordo del locale sequestrato e prepara, ottimista, il cappello all’insù. Ma non trova nessuno che gli passi davanti con due spiccioli pronti. Amara vita, si celebra ora.

Ballo a GarbatellaMeglio i posti vivi e vegeti, come il mercato odoroso di Prati e la trattoria con cicoria e scarola. O quei vecchi a ballare alla Garbatella, che riempiono un giardino di suoni retrò. “Però non mi fotografare”, dice un nonno, mentre l’audace del gruppo ha scelto la minigonna. A due metri da un sudore ancora giovane c’è la metro che dimostra mille anni. Gente che va, gente che viene, davanti al sole calante del quartiere. Si sente l’annuncio del prossimo arrivo, ma anche, vago, un respiro. È la fisarmonica che alza e abbassa il diaframma, sono i giovanotti di ottant’anni. E, senza che chiediamo, senza dire, ci svelano cos’è una strada, mezz’ora dal barbiere, un quartiere.

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