La città delle buche che diventano voragini

“Ma mica è ‘na voraggine, è una buca”. Così aveva detto, 15 giorni fa, il dipendente del call center dal ciuffo improbabile e dal polpettone di lardo incollato al basso ventre. Aveva ragione: l’asfalto si era forato, ma poco, e aveva aperto un varco sulla strada, ma piccolo. Roba che si sistema in mezza giornata, come certi pianti del mercoledì mattina. Subito erano arrivati i vigili, non meno di quattro, tutti indaffarati all’inverosimile per deviare il traffico e bloccare la strada, quella strada dritta che porta alla stazione Tiburtina in un battito di ciglia.

“Non ci vorrà molto per sistemarla”, avevo pensato io. Era allora il primo marzo e me ne stavo appollaiata sul muretto di un palazzo, costretta a far passare le ore, stranamente improduttiva, stranamente oziosa. Il fatto è che avevo dimenticato le chiavi dentro casa. E non potevo far altro che maledire me stessa, aspettare la venuta del fabbro, origliare i discorsi degli operatori del call center in piena pausa sigaretta.

Al bar di fronte i clienti si guardavano intorno increduli, ma di rinunciare all’immenso piacere del secondo caffè del mattino non ci pensavano nemmeno. Le vecchiette, invece, trascinavano il disappunto insieme ai carrellini della spesa, quelli che quando li uso io mi sento in età da pensione senza aver maturato i contributi. “Com’è possibile”, recitava la loro faccia puntigliosa. E non avevano ancora visto nulla.

Vietato l’accesso alle macchine, autobus trasferiti ad altra destinazione. Lo diceva (e lo dice) una piccola targhetta informativa appesa al palo lungo il marciapiede. Ma almeno 10 persone al giorno passavano (e passano) e chiedevano (e chiedono): “Scusi, che passa l’auto?”.

L’auto, per i romani, è l’autobus. Realtà a cui ci si abitua, come a quell’affannoso “Che, scende alla prossima?” che nessuno è in grado di evitare avvicinandosi alla fermata. Sarà la paura di finire inghiottiti nel motore.

Intanto sto provando a immaginare lo stato psicofisico del proprietario del grande parcheggio della via, un uomo che cerco da mesi per chiedergli di prendersi in carico la mia bella bicicletta e che, tra un’alba e un tramonto, non ho ancora incrociato, nemmeno sfiorato di striscio. Il povero signore vive di auto posteggiate e da 15 giorni non può accoglierle dalla strada principale. Solo da un piccolo sentiero alternativo, una strada privata che diventa pubblica per l’esuberanza e la trasgressione dei cittadini al volante.

Anche i fruttivendoli, del resto, hanno la loro gatta da pelare. Prima i camion carichi di merce scorrevano lisci come olio. Adesso singhiozzano, sussultano, posteggiano in tripla fila per consegnare cavoli romani e broccoletti e poi lanciarsi sulla tangenziale.

Ma dal primo marzo la protagonista assoluta è lei, la buca, protetta a dovere da evidenti nastri arancioni e abbandonata dai vigili concitati. Era piccola piccola, ora è davvero una “voraggine” di enormi dimensioni. E non perché sia cresciuta. Ma perché ha invertito l’ordine di circolazione, abituato i passanti, costretto ad adattarsi tassisti e guidatori.

Non solo. Negli spazi recintati la buca, quasi mostro, quasi essere vivente, quasi cosa viva, ha indotto gli automobilisti a mettere in piedi un abusivissimo parcheggio. Funziona così: le macchine arrivano, si incolonnano con grazia ed eleganza e non se ne vanno per dieci, anche venti ore. Sosta e fermata completamente gratuite, comode e veloci. Il più grande sogno dei romani che si fa improvvisamente realtà.

Ogni tanto arrivano anche i bambini. Nello spiazzo creato dalla rottura del manto hanno preso a giocare a palla, per simulare il piacere di un piccolo paese e quel possesso delle strade che è cosa da piccoli di provincia.

Sì, loro se la spassano e mettono poesia anche tra le bestemmie dei residenti. Ma a voler essere pignoli, noiosi, obiettivi, quella buca era una buca e non una voragine, l’inerzia è una condanna, la strada una metafora.

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