“L’ho ucciso perché c’era il sole”

Ho letto una storia brutta, ma brutta davvero. Di due ragazzi che si chiudono in una stanza, ne chiamano un terzo e non lo fanno più uscire. Lo distruggono di colpi, un corpo nudo al decimo piano di un palazzo nel quartiere Collatino. Poi, forse, capiscono. Il primo ammette tutto ai carabinieri, il secondo prova ad ammazzarsi con alcol e barbiturici in un hotel di Piazza Bologna.

Che poi mi ero sempre chiesta chi potesse dormire in un albergo di Piazza Bologna. Mi pareva un posto di case e nient’altro e allora mi ero detta: si fermerà solo qualcuno, per caso, per una notte massimo. Adesso ho in mente un’immagine diversa.

Laura BrownUn suicidio in hotel? Lo aveva pensato la Julianne Moore di The Hours. Una donna di nome Laura Brown che fuori era madre e dentro era fracassata in mille pezzi. Voleva finirla lì, dopo aver letto qualche pagina di Mrs Dalloway e senza più lasciare quell’anonima camera con moquette. Voleva, ma non ci riesce. Sa soltanto immaginarsi di affogare in un’acqua infinita che sgorga dal muro e tocca tutto quello che incontra, acqua liberatrice, che la salverebbe. Nessun suicidio, se ne va com’è arrivata, con i tacchi. Abbandonerà il figlio, non lo rivedrà più. Tornerà a fare i conti col passato solo molto tempo dopo, come in un cerchio. E avrà le rughe, i capelli grigio fumo, gli stessi occhi e una vita in mezzo.

Qua non è un suicidio e non è la California degli anni Cinquanta, dove una donna è la madre di un figlio e la moglie di un uomo e deve semplicemente, unicamente preparare una torta di compleanno al gusto di cioccolato. Qua, a parte l’hotel e una tappezzeria per clienti di passaggio, ci sono i quartieri di Roma, sentiti o vissuti. C’è la casa in cui un padre si sente dire: “Ecco cosa ho fatto ieri notte”. C’è Collatino, tra Tor Sapienza, Pietralata, Torre Angela e il centro commerciale di Roma Est. E i palazzoni di Roma, quelli che appena ci pensi ne hai già uno in mente, sempre marrone, sempre ammuffito su un lato, sempre da dire “piuttosto che vivere qui, meglio un paese che è un buco e ciao Roma”.

I due ragazzi vengono sottoposti a fermo, sono gravemente indiziati e dormono in una cella di Regina Coeli. Presunti omicidi con un avvocato e dei diritti, ma anche con una confessione di mezzo, pesante come un masso.

Agghiacciante è tutto, in questa storia infima che dimenticheremo. Agghiacciante il modo, il metodo, la confessione. Agghiacciante anche la memoria lunga di Facebook, che restituisce scatti muscolari, vite di prima, frasi a effetto. Sì, perché si trova perfino la commozione per la strage di Parigi del 13 novembre: “Delle bestie hanno fucilato dei poveri innocenti. Avrei potuto esserci anch’io”. Lo scriveva uno dei due ragazzi, in un’altra vita.

Qualche giorno fa, invece, c’era proprio lui, dalla parte della barricata che prevede azioni senza spiegazione. “Volevamo provare l’effetto che fa”, è la confessione dell’amico. L’effetto senza pensare alle conseguenze, in una pura catena causale in cui tutto è meccanica e niente è responsabilità.

A me torna in mente la letteratura che ha vagato a lungo per le vie del non senso, dei sentieri ambigui della mente, delle azioni senza ragioni. Uno su tutti? Il mio Camus. Nelle sue righe, il processo per omicidio e quell’oscurità di fondo che non si dissolve mai, perché come lettori si assiste e si ascolta, si guarda e si sente, ma non si può afferrare la realtà. Allora resta una sola, vera domanda: perché lo hai fatto, tu dimmi perché. “L’ho ucciso perché c’era il sole”.

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