Il lampadato, la regina del silicone e le altre stelle. Feste di un altro pianeta

Il buttafuori attempato è pronto a farci entrare. La guardarobiera infreddolita invita a depositare il cappotto. Noi, i primi segni del gelo addosso, entriamo senza sapere dove né come, trascinati da un vecchio compagno di università. “Bella musica, bel posto, bella gente”, dice. E suona come “la Roma bene” e “quel giovane di buona famiglia”: espressione indecifrabile.

La grande bellezzaUno shuttle vola all’insù dalla torta di compleanno, luccichio improvviso e poi tripudio di panna. Loro, una fetta, la digeriranno nel 2027. Noi non solo siamo dove non sappiamo d’essere, ma ci troviamo a 13 centimetri dal festeggiato. Trentaquattro anni, fedele alle lampade e ignaro dell’esistenza del melanoma, il nostro amico Frank (nome di fantasia, questo come gli altri) sorride e brinda agli anni. E non si è accorto di dimostrarne 45.

Poco lontano, l’eterna gioventù dei quaranta, senza pargoli e senza pensieri, tutta tacchi e Moscow mule. Jane e Jack si strusciano vicino al portone d’ingresso. Il vestito è studiato, i capelli son gialli. Un movimento qui, uno lì, e sarà che sono alti come pali o sarà che si piacciono, ma sembrano insieme dallo scivolo dell’asilo. Intanto si fa strada John, pronto al rimorchio con giacca nera e ciuffo da avventuriero. Porta la camicia vagamente aperta, quel poco che serve a suggerire una possibilità. È la sua prova di coraggio, come quella dei ragazzini che davanti a Trinità de’ Monti ci chiedono uno scatto con “risvoltino” e caviglie congelate.

Mentre aspettiamo il turno al bancone, arriva la stella tra le stelle, una biondona dalla schiena nuda e dalla pelle d’oca. Lei, Jennifer, allo specchio è rimasta ininterrottamente per 3 ore e 20. Ora, qui, una piroetta, tre passi ed è già al centro della sala, con due canotti al posto delle labbra e una sicurezza da prima serata in tivù. Io, che ho appena finito di rivendicare il diritto alla chirurgia, la guardo e la riguardo con umano interesse. “Vedi, il bisturi”, dice allora il mio detrattore. E lei, cocktail perfetto di Valeria Marini e Donatella Versace, mi rovina certi piani in quattro e quattr’otto.

La grande bellezzaJennifer è il pezzo forte del museo delle cere. E quella stanza è tutto un A-a-a-a-a-far-l’-amore-comincia-tu. Quasi una versione ridotta del film, quel film, che tanti hanno osannato senza sapere d’esserci dentro fino al collo. Qui mancano i suonatori messicani, la direttrice nana e la scritta Martini che scorgi da via Veneto. Manca quasi tutto, ma qualcosa c’è.

Ce ne andiamo. Solo una rimane ancora un attimo. “Se vuoi io ti pago anche il guardaroba, ma è un contratto non valido. Non avete esposto il prezzo, l’offerta al pubblico non si può fa così”. Non vedo la faccia del ragazzo alla cassa. E pagherei 7 guardaroba interi per averla davanti. Ma deve apprezzare il nostro avvocato, piovuto dal cielo in un mare di messe in piega. Perché la lascia andar via, vittoriosa.

La morale, se c’è, è che una volta su 57 col coraggio e la ragione si vince. La lezione è: riparatevi bene, d’inverno, che il gelo arriva senza bussare e i guanti delle medie non si trovano più. Poi divertitevi a guardare gli uomini impettiti come pavoni, le donne ancheggianti come oche. E certe amiche che improvvisano lezioni sulla nullità e l’annullabilità del contratto. Alle due e venti di notte, per questioni di principio.

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3 pensieri su “Il lampadato, la regina del silicone e le altre stelle. Feste di un altro pianeta

      1. Anch’io ti ringrazio per l’educazione che dimostri nel rispondermi sempre quando ti contatto: leggo e commento il tuo blog da quasi un anno, e in tutto questo tempo tu non hai mai ignorato ciò che ti ho scritto. A presto! 🙂

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