Se guardi Roma con gli occhi di un lattante

Alla stazione scopro il rombo dei treni in corsa. Che ci sono quelli lenti come lumache e poi certe frecce, rosse o argentee, veloci come schegge ma sempre troppo costose. Vedo passeggeri silenziosi e amanti del telefono a voce alta. Compagni di una vita e coppie nuove, con baci e abbracci annessi. Tutti si muovono rapidi, valigie e fretta alla mano. Qualcuno, però, sta suonando il pianoforte. Sì, proprio dentro la stazione, davanti al latte e ai caffè, hanno messo un pianoforte vero che sembra un piccolo elefante. Un ragazzo ha il coraggio di perdere tempo a suonarlo, di farsi sentire anche se sbaglia un po’, di riempire di musica aria e soffitto.

Berretto di lana in testa e quei calzini ai piedi che provo sempre a togliere. Così esco con loro e siamo già nel traffico, tra piccole scatole che rotolano per le strade. Loro le chiamano macchine, io le guardo, tutte di colori diversi, e sogno già di averne una, gialla o rossa. Anche solo a noleggio, per dire di averla. Oppure di plastica, per sognare un po’.

VillaAUTOBUS A SINGHIOZZO – Intanto mi accontento dell’autobus che costeggia la città universitaria, raggiunge Porta Pia e una certa breccia, percorre Corso d’Italia e squarcia in due Villa Borghese. Trotta come un cavallo, si ferma e riparte. Stop e via, e più che una corsa è uno dei miei singhiozzi. Ad ogni esitazione dell’autista trovo un nuovo amico a cui mostrare la lingua. Scopro che il tempo è un soffio di vento e quasi quasi vorrei restare seduto, non scendere mai, arrivare al capolinea. Alla stazione Cornelia che non so cos’è.

LUCI SUL TETTO DEL CIELO – Ma è arrivata la meta prevista, giù quasi tutti. Loro guardano all’altezza degli occhi e dei piedi. Io, invece, preferisco le mille luci colorate che qualcuno ha appeso al tetto del cielo. Quest’anno, dicono, sono più sobrie del solito. A piazza Navona niente zucchero filato e mele caramellate, nessuna traccia di pistole finte o ritrattisti precari. Io non so se hanno ragione quelli che si lamentano e vorrebbero i mercatini o quelli che dicono che è giusto così. A me bastano il suono della fontana, l’impressione dell’acqua, la luce forte del palazzo in fondo. Strabuzzo gli occhi e poi li stropiccio come carta, scopro vicoli illuminati e angoli bui. I fornai all’angolo e la pizza bianca, che quando sono grande la assaggio, magari al prosciutto.

RomaQuella che chiamano sera è una macchia di colore nero in cui tutto sguazza indistinto. C’è perfino una vecchia chiatta, ferma come un sasso, però sta a galla. Io vorrei, davvero, tenere gli occhi aperti ancora un po’, ma i suoni mi addormentano quasi come un carillon. Così, schiaccio un pisolino al tavolo del bar e conquisto una vecchietta in via dei Portoghesi. Lei pensa di piacermi grazie a qualche parola in un francese stagionato, io le direi, se potessi, che è solo una delle prime, tante conquiste.

VICOLI NASCOSTI – Quando mi sveglio, ecco Trastevere. Mi ci perdo senza dover camminare, seduto a bordo di un marsupio che mi fa un piccolo spaventapasseri. Impalato in un campo lui, abbagliato di bellezza e senza parole io. Sorrido ai passanti e alzo ancora la testa, tra aperitivi che un giorno capirò e cani qua e là che mi piacciono già. Adesso, però, è ora che io mangi, dicono, e allora quasi mi innamoro della cameriera del bar. È bionda e distratta, e forse un po’ si innamora anche lei. Perché quando mi guarda le cade un bicchiere, e per terra è un pasticcio, e il rumore è un concerto.

La sera prima ero stato in un altro rione. I ragazzi si radunavano nella piazzetta, l’edera abbracciava un palazzo, il Colosseo ci sbirciava da vicino. Sono arrivato fino ai fori imperiali e li ho trovati una cosa strana, vecchia ma bella. Proprio come certe storie, vecchie e mai vecchie, che un giorno mi racconteranno per farmi dormire.

PROFUMO DI TRATTORIA – Altro giro, altra corsa: stringo amicizia con il cameriere della trattoria. Porta in tavola la gricia e la carbonara e per un attimo fa felici tutti. Io tengo in mano il mio cucchiaio, parlo in libertà e rovescio un bicchiere sul tavolo. Strano odore, questo vino rosso.

AMICI NEL SOTTOSUOLO – All’ingresso della metropolitana mi imbatto in tanti soldatini in divisa militare. Così, almeno, dicono. Ma io non so cosa siano e vedo solo ragazzi, alcuni robusti, altri senza traccia di barba. Intanto, il mio vicino di posto ha cominciato a tamburellare con il giornale sulla gamba. Prima per sé, poi solo per me. E non so perché e per come, ma la cosa mi fa ridere tanto. Tanto, almeno per cinque fermate di metro: è una risata senza soste. Così, quando tocca scendere, quasi mi dispiace. E so che dispiace anche al signore invisibile, che dietro le rughe, il nord Africa lontano, una vecchia vita chissà dove, ha riscoperto il sorriso del cittadino. Dice “grazie” e ci saluta. Ma se potessi ringrazierei io.

TazzineE VORREI PROVARE TUTTO – Scopro anche un posto dove assaggiare sapori nuovi. Dove le tazzine sono una decorazione nell’aria e il prosciutto resta appeso al soffitto a testa in giù. Dove per le bottiglie di birra c’è l’imbarazzo della scelta e da grandi botti di vino si porta a casa qualcosa. Trovo pesci vivi da guardare e formaggi esposti, tutti da scegliere. Babà al rum e cannoli siciliani. Ma che mondo è questo, dove vorrei provare tutto. Ci si gira e ci si rigira e, tra un panzerotto e cinque polpette al sugo, è arrivato anche il ministro Poletti. Così, almeno, dicono tutti. A me sembra piuttosto Babbo Natale, che fa la spesa con qualche chilo di troppo.

Mi addormento senza aver mangiato, ma col cucchiaino azzurro in mano. Stavolta la marcia dei vagoni non mi sveglia, mi perdo il ritorno, l’ultimo sguardo alle valigie, perfino la fretta maledetta dei treni. Mi risveglio quasi in stazione. E allora si torna a casa per davvero e tutto, sempre, finisce. Tra la lingua in movimento e gli occhi rivolti al mistero della scala mobile, sono già da un’altra parte. Da qualche parte, però, provo a tenere stretto il sapore del sugo, l’odore della città, la tovaglia della trattoria e gli occhi del mio amico africano. Piacere di conoscerti, mondo.

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