Istantanea n. 5: Quel sacro sushi di metà settimana

UramakiL’ultima volta è stata al termine di una giornata infinita, cominciata con la sveglia delle sei di mattina, proseguita con la metro delle sette in punto, culminata nell’ansia dei momenti importanti. Bisognava affogare l’ansia nella soia, prima di richiudere gli occhi.

Il nostro sushi è un rito delle giornate sorridenti, ma anche una consolazione per situazioni impegnative. Popolare come il tavolino traballante a cui si regala stabilità con un pezzo di carta sotto i piedi, senza pretese come il mare a ore della domenica. È anche, però, un investimento. Fa felici, stranamente, stupidamente, come la pizza nel giorno della partita.

Si tratta di conquistare un piccolo, misero tavolino dopo aver aspettato a lungo, dopo aver scoperto, aspettando, che i nostri amici giapponesi non amano il concetto di prenotazione.  Ci sediamo, io con gli occhi verso il centro per guardarmi intorno, e già tranci di pesce crudo ci passano davanti alla velocità della luce. Il boss, di cui mi diverto a immaginare i guadagni e l’albero genealogico (operazione impossibile in entrambi i casi), offre il menu e distribuisce un sorriso. Poi arrivano le cameriere: una, un’altra, un’altra ancora, tutte schegge rapide ed efficienti. Lei, in particolare, è un piccolo grillo che salta qua e là. E quando le chiedi la birra non fa in tempo a dire Asahi che è già tornata con una bottiglia seduta sul vassoio.

UramakiPurtroppo ho un problema imbarazzante: devo chiedere la forchetta. Non ho ancora imparato a non rovinarmi la cena nel tentativo disperato di rendere disinvolto un movimento incerto. È che le situazioni incerte difficilmente si convertono. E allora ammiro chi mangia con me, tento di emulare i filonipponici intorno, ma alla fine cedo alla posata occidentale. Una volta, una sola, ho avuto il coraggio di portare delle bacchette speciali da casa: si tenevano abbracciate con un elastico e mi aiutavano ad apparire migliore di quel che sono. Ma il ragazzo che mi serviva si è accorto e così, mentre rideva divertito, mi sono sentita in dovere di promettere che imparerò a fare senza trucchi.

Tutto si impara. Anche i nomi dei piatti, che ormai, senza aver messo piede in Giappone, gli italiani ricordano senza doverli cercare. Io, però, non ostento onighiri e uramaki: preferisco ribattezzare le cose. Così, ci sono i giretti, buoni fino all’indigestione (o a un digestivo effervescente Brioschi) e ci sono i sacchetti, simili a buste dell’immondizia ma dotati di un certo non-so-che. Poi barche e barchette in costante navigazione. E se il vicino si dà da fare più di te, tu hai il dovere morale di salpare di nuovo.

SushiSullo sfondo, conversazioni da metà settimana e certe occhiaie del mercoledì. Proprio come al supermercato di paese o in piazza all’ora del giornale, qui si incontrano tutti: vicini di casa mai più rivisti e vecchi coinquilini persi per strada. In un preciso, incredibile, ridicolo momento, io sento perfino la ragazza a fianco congratularsi con l’amica per la scelta di “fare giornalismo”. Mangio un giretto (ecco, io dico così) e sto in ascolto. Lei dice che “se vuoi fare giornalismo, il posto migliore del mondo è ‘na certa Columbus, sta a New York”. E sarà l’effetto inebriante di qualche Asahi o l’abuso di soia, ma davvero è riuscita a dare il saggio consiglio di studiare alla Columbus. Cioé in una clinica di Roma nord in cui, più che di cronisti e di reporter, c’è l’ombra di analisi del sangue.

Ma cosa ci importa della Columbia, sono arrivati finalmente gli udon. Pronti per saltare da un piatto all’altro, quasi fossero vermicelli per davvero. Il riso, invece, multiforme e compatto, è la vera sostanza di questa consolazione serale. Piccole pillole, leggere e irresistibili, di piccola felicità. E poi ci sono gli spiedini, che ordiniamo in quantità industriali senza aver ancora risolto un enorme mistero. Come fanno a essere diversi e ad avere tutti lo stesso gusto?

sushiDisquisendo di spezie e di dubbi, di gusti e di sviste, ci si impone una fine. Ci si deve sempre imporre una fine. Qualcuno lo fa quando avrebbe ancora posto per una polpetta di riso, altri preferiscono scoprire la grande abbuffata che regala il buffet. No limits, come l’ingordigia umana, anche se, mi hanno insegnato, non si può “morì pe’ magnà”. Quando, alla fine, ci si alza, la cameriera è pronta a percuotere la cassa, quasi suonando. Mi regala perfino un complimento, ma tutto, e solo, perché è convinta che sia delle sue parti.

Non sono proprio di Osaka o di Fukuoka, e nemmeno di Sendai, amica mia. Fuori, intanto, la fila è più lunga di prima: sta per arrivare alla stazione Tiburtina. Ci si divide tra chi è pronto ad accettare uno sgabello all’aperto in pieno inverno, a cenare col piumino addosso, a farsi scaldare da un fungo finto al bordo della strada, e chi vuole aspettare il tavolo che ha adocchiato all’inizio, restare fermo sulle proprie posizioni. Tutto mentre tre ragazzini, poco più che quindicenni, confezionano ruote di riso che paiono gioielli con ritmi da catena di montaggio. E io? Io ormai sono sazia. E piuttosto consolata. Ma li guardo, api operaie e sorridenti, venute da chissà che mondo, e mentre mi chiedo cosa pensino di quest’Italia malata di sushi dico: “Adesso rubo qualcosa”.

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