Sicilia. Giro d’isola in senso antiorario

GraniteIl signor Pino sta frullando un cocomero, ma tiene gli occhi ben aperti, che può sempre entrare qualcuno, amico o avventore. Ha due occhi azzurri come il mare, Pino, piccole pietruzze su un viso felice e bruciato dal sole. “Prego, cosa vi servo?”, chiede. E se lo ringrazi, ti ringrazia ancora di più. La sua gentilezza antica è il mio primo amore in Sicilia.

PALERMO, MERAVIGLIA E VICOLI BUI – Intanto Palermo è meraviglia e sconforto. Due metri soltanto e tutto cambia, un po’ come nella vita vera. Certi vicoli ti colgono all’improvviso e, da turista, mettono quasi paura. Come a pochi passi dal mercato di Ballarò, dove ci ritroviamo di fronte a una vita di strada che mai, così da vicino, avevamo visto. Capiamo di entrare in uno spazio non nostro, in cui non dovevamo entrare, e assistiamo a un altro tipo di mercato. Alla ricerca nei cassonetti e poi alla preparazione di piccoli negozi sul marciapiede. Con quei rifiuti disposti in ordine a formare un ordine disperato. Lì, la caccia nel buio dell’immondizia non è solo disperazione, ma rito, quotidianità, in fondo lavoro.

VecchietteDue passi e il suono caldo di un violoncello riempie una chiesa barocca. Poi panni stesi, e frutterie, e mille minimarket che regalano, sempre e tutti, un viaggio negli anni Cinquanta. Tra una casa e l’altra, si nasconde perfino una vecchietta che vende birre ai ragazzini dalla finestra della cucina.

Così, da queste parti, tirare a campare mi pare un verbo vivo. Mi è sembrato di leggerlo nelle donne che mi si sono sedute a fianco mentre assaggiavo la deliziosa granita di Cappello, l’ho ritrovato negli uomini che provano a rivendere vecchi mobili in noce. Ma chi li comprerà, quei mobili andati? Tirare a campare, appunto. Come gli uomini i cani, quei cani sdraiati al sole, scottati dai sampietrini, quei cani con occhi parlanti che abbiamo visto vagare in cerca di acqua.

MARE BLU E PANE CUNZATO – Tra panelle, caponata e panini alla milza di Franco ‘O Vastiddaru, è già ora di andare. L’alba è in una casa di muri bianchi e fiori sui davanzali, un piccolo cubo nel reticolo dolce delle strade di Castellammare del Golfo. Lì, il primo bagno siciliano, lì il piacere di spiare le vecchiette quando preparano la cena e tengono la porta aperta. Lì respirare i profumi dalle pentole e assistere, quasi in un furto, alle prove di una piccola compagnia teatrale.

ScopelloScopello, a due passi, è la bellezza della sua tonnara e dell’’acqua limpida della Riserva dello Zingaro. Ma è anche il pane cunzato del Bar Nettuno, con tutto il sapore, denso, forte, di questo pezzo d’isola che è il Trapanese. Se solo riuscissi a descriverlo, pane croccante, olio e origano, pomodoro, olive, acciughe e pecorino. Il segreto è nell’unione dei sapori, che da soli non sarebbero uguali. E noi non lo dividiamo a metà, ma facciamo un morso a testa fino ad arrivare alla fine. Così pare di condividerlo di più, di aver visitato un altro angolo di terra.

PARTIRE, TORNARE – Lì, un vecchio signore ci ferma per raccontarci, ora che non ha più nessuno, il passato che aveva, il presente che gli è rimasto. Parla della figlia che ha studiato a Trento e del matrimonio con un uomo della Finanza che, si capisce, il vecchio signore è felice di aver accolto in famiglia. E ora l’ironia della sorte: lui lì, vedovo, sposato con il suo sud, e la figlia lontana, in un’Italia opposta, a mettere in piedi la propria vita. Il vecchio lo dice con il sorriso, quanto è strana la vita e quanto è pazza la geografia, ma io sento un certo nodo in gola.

ScopelloEppure li capisco, questi ragazzi che partono a fiotti, come le onde del loro mare, come le nuvole rapide di Erice. E quando vedo la ragazzina del negozio di alimentari nel suo sovrappeso da prima adolescenza, mi chiedo cosa penserà, di quel buco meraviglioso di mondo in cui l’hanno fatta crescere. Se anche lei, di lì a poco, chiederà di andarsene, tenendosi stretto l’amore del porto. A cui si torna per ripartire.

È che i porti, in Sicilia, sono centri del mondo. Come a Palermo così a Pozzallo, dove in questi giorni approdano nuovi migranti che l’isola accoglie come una madre. E a Pozzallo come a Termini Imerese come a Capaci come a Cinisi io passo per caso e guardo le insegne stradali. E penso a tante schegge di storia del nostro Paese che chi può non dimentica.

BAROCCO E PROFUMO DI PESCE – Di Siracusa, invece, non sapevo quasi nulla. E non potevo immaginare la meraviglia di Ortigia, con l’acqua dietro l’angolo, il ricordo di un terremoto e l’eleganza di un barocco misurato. Piccola ma monumentale, Ortigia è un’appendice di cui innamorarsi. Con i suoi bar e il suo artigianato, con il suo pesce al mercato.

MercatoSì, il mercato, altro organo di questo corpo che è la Sicilia. Ne perlustriamo le bancarelle guidati dall’olfatto. Ma anche gli occhi hanno la loro soddisfazione, tra pesce e frutta, tra ricotta fresca e mozzarella affumicata con bucce di mandorla. E allora ci fermiamo e ci dividiamo frittura e polpo. Due piatti e niente tovaglia, in bocca il mare.

Quel mare, poi, lo esploriamo fino alla punta sud est dell’isola, mentre il temporale avanza all’orizzonte. Osservando l’umore del cielo, degusto mille granite e comincio a esprimere giudizi attenti. Poi ecco Noto, saliscendi di barocco e bellezza. Ma a conquistarmi davvero è Ragusa, vera nonostante il turismo, incastrata tra le rocce, affascinante come una vecchia signora di cui dici: “Ora  è bella come allora“.

RagusaRagusa è vicoli sconosciuti da studiare, è vecchi alle finestre e televisioni sullo sfondo. Ma è anche una piazza che si apre all’improvviso, qualche traccia di Montalbano, un giardino che sa di pioggia e storia.

Quando me ne vado, il vestito leggero e zuppo, i piedi da asciugare, sento le lancette ripartire improvvisamente, tornante dopo tornante. Ragusa si allontana e diventa un punto, e mi ricorda, così scomoda, così isolata, così meravigliosa, certi sogni che fanno la vita difficile.

CATANIA TRA TRAFFICO E PIOGGIA – Catania, invece, odora di battaglie quotidiane e di bollette da pagare. Tra gatti randagi e fornai, tra macchine in fila al semaforo, guardo i pescivendoli e sorrido al centro di una splendida piazza, pensando all’ultima granita di gelsi. Poi mi perdo tra strade che fatico a capire e taccio davanti all’immondizia. E se fuori piove acqua calda, i palazzoni di periferia, però, sono gelidi. Come in tutte le città che capisco poco e che prima o poi dovrò rivedere.

Il tempo corre forte lungo l’autostrada per Palermo. Noi dietro a seguirlo, tra un casello e uno stop. E quando la strada si interrompe e ci abbandona su un sentiero sterrato, io penso che Sicilia è anche questo: l’asfalto che se ne va e un segnale di carta a indicare la direzione.

MuroSICILIA COS’È – Ma più di tutto Sicilia mi pare mille radici come nei fichi magnolioidi di Palermo, cuore pulsante come i mercati del pesce, ferite aperte come in certe viuzze di puzza e buio, e durezza di strade come nelle province più trascurate. E poi? E poi giri l’angolo e trovi il mare, quel mare meraviglioso, e un pane cunzato che è poco, ma qui è tutto quel che serve.

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2 pensieri su “Sicilia. Giro d’isola in senso antiorario

  1. Meraviglioso il tuo articolo! Complimenti! e’ sempre un grande piacere trovare grazia e bellezza nelle persone e in quello che fanno…Grazie 😊

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