Supersantos, pane e mortadella e latte di mandorla – A ognuno il suo mare

Izmir, Anna MadiaC’è un mare blu, uno azzurro e uno verde acqua. E poi quello viola, nostro, sempre battuto dal vento. Loro dicono che trovare un amico è così raro come un giorno senza vento a Catanzaro. Noi abbiamo imparato i detti come le spiagge, saggezza orale che non inganna quasi mai.

Il mare mescola compiti delle vacanze e costumi pieni di sabbia, Supersantos e panini alla mortadella. Ma senza pistacchio, grazie, e voi state attenti a non bagnare il giornale. L’estate era tutta a tappe, dalla piscina e il lungomare veneto fino al golfo e alla soppressata calabrese. E si tornava sempre a bere Brasilena, quella gazzosa al caffè che regalava ai bambini il sogno di essere adulti. Ti frizza la vita, diceva lo slogan, e a essere seri era quasi zucchero, piazzato in esclusiva sugli scaffali del Sud. Ma come mi piaceva, sotto il sole d’agosto, quella piccola bottiglietta in vetro. Come il latte di mandorla e i peperoni ripieni.

Il mare, un mare lo abbiamo tutti. Se durava un giorno, era l’acqua piatta di Jesolo. Tra una piazza Milano e una piazza Torino, calda e intrisa di alghe, ma anche piena del ricordo sfocato dell’estate 1994. Una pancia tonda come la luna piena e anche l’ultima stagione del nonno.

Poi c’è il mare da cresciuti, quello che non si vede prima di mezzogiorno e che si riempie fino a far scoppiare la battigia. E anche quello dell’esame di maturità, che è un’isola a cui non siamo più tornate e un rintocco preciso, esatto nel tempo. Lei a architettura, io a sbagliare facoltà e a tornare sui miei passi. Loro, tra biologia e diritto, a raccontarmi ogni volta che tornavo quante cose cambiano, via via, mentre il mare rimane identico.

Isole CicladiIn Croazia l’acqua è così fredda e composta che pare quasi di doverla stropicciare. Un tappeto limpido e perfetto su cui affacciarsi al mattino e specchiarsi al tramonto. La sera, poi, il pesce è un secondo spettacolo davanti a palazzi quasi veneziani. Buono come è buono il pesce, ma economico come non ricordavamo che potesse essere. In Grecia, intanto, mare blu e muri bianchi, e tanti italiani da impazzire. Come a Barcellona, che se non fosse un luogo sarebbe un sole. Caldo e arancione.

Nel mare turco i bambini si tuffano a pesce anche a due passi dalle navi. Hanno portato i costumi e subito si liberano dei vestiti di troppo, come se il resto di Smirne non esistesse, come se fossero ad Antalya, nel Sud, dove Cleopatra incontrava Antonio.

Poi c’è il Salento che voglio vedere quando si svuota, l’Elba da navigare nelle sue strade tutte curve, quasi donne. Una Toscana che sa di essere bella e qualche spiaggia qua e là, rovinata a suon di aqua gym. C’è anche la Sicilia che abbiamo scelto quest’anno, immaginando un mercato e un tempio, arabi e arancini, la granita vera e un’estate tutta italiana. E peccato che non si trovino più i jukebox e il Festivalbar: reperti di tempi andati, avrei visitato anche quelli, muovendomi tra costa d’oriente e d’occidente.

Con il passato, comunque, ci si gioca ancora. Nelle palazzine anni Settanta dell’Adriatico, nel mito antico della villeggiatura, in qualche pennetta annegata nella vodka, nelle discoteche di Riccione e negli evergreen. Come le onde, tutto torna e ritorna, e d’estate ancora meglio e di più. Raffaella Carrà è ancora lì, con due gambe da ragazzina mentre Miguel non c’era. 

RipatransoneIl tuo mare, intanto, è diventato anche il mio, perché il mare che si ha si regala. Con le palme malate e il moto rettilineo uniforme delle biciclette, con la frittura che aspettiamo al porto e la collina, lì, proprio dopo la curva. E se si parla di pesce è un pesce democratico, con tovaglie di carta e i vecchietti a due passi. Poi, al molo, si ferma la macchina, mentre il faro lavora e la famosa scritta ripete che Lavorare, lavorare, lavorare. Preferisco il rumore del mare.  Da queste parti, il piatto non si svuota: pare decorar la bocca. Da queste parti, il tempo non si incazza: è un nonno paziente.

E ci si sente, nella vita, a volte, adottati da geografie non nostre. Si scoprono il panino di pesce, le seppie con piselli, le vere olive e certi paesini di pietra. Che il mare dall’alto è bellissimo e non serve immergercisi sempre. Che le cose degli altri ci accolgono e sembrerà di conoscerle dalla nascita. Che i pescatori muoiono ancora, di notte, invisibili, mentre il giorno è di Marche ridenti, belle senza la pretesa di dirlo. E che il mare quotidiano, in casa, senza stagioni, è una frazione di felicità. Io lo guardo e sorrido. Torno ancora e poi ancora. E una volta, sorridendo, chiedo: “Posso essere anch’io gente di mare?”.

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