Quando i migranti ci arrivano in casa – tra materassi, ignoranza e umanità

Migranti, Castelfranco VenetoUna volta le palestre erano solo palestre. Nell’ora di educazione fisica, ci si faceva qualche palleggio o si correva in tondo, quel poco che bastava a dare l’impressione di correre in un’età in cui, per la corsa, mancano ancora testa e maturità. Ieri, invece, la palestra era un’altra cosa. Era ventuno brandine schierate in fila, ventuno cuscini, nessuna valigia. E tu davvero avresti pensato a una brigata di soldati se non fosse che, su quelle brande, stavano ventuno ragazzi disarmati. Siria, Gambia, Costa d’Avorio, Nigeria: le facce erano tutte diverse, i vestiti non avevano proprietà, erano raccolti e regalati.

Alcuni facevano sorridere: in camicia e scarpe eleganti dopo aver vissuto il mare e il barcone. Ad altri, invece, era toccato in sorte un abbigliamento sportivo e perfino quel cappello con frontino che ha il sapore di certi ragazzini. Ragazzi che loro sono ma che non possono essere del tutto.

Le storie, quelle di cui sempre vado in cerca, questa volta non le conosco. Ma ho in mente gli occhi e i visi, gli alti e i bassi, un Idris che prende per mano mia mamma e la invita a ballare. Sì, in quello spazio franco che la diocesi ha messo a disposizione loro ieri ballavano con passo africano. I timidi, per la verità, stavano seduti a guardare. Ma partecipavano comunque, battendo le mani o incitando i compagni.

Compagni e non clandestini, perché le parole sono importanti. Ieri, nel pomeriggio, questi ragazzi con una vita davanti hanno anche fatto lezione di crossfit. Che può suonare strano e forse lo è, ma in fondo ha reso quella palestra una palestra anche per loro. Per un’ora o poco più.

Migranti, Castelfranco VenetoPiù tardi, poi, profumo di pizza. E vorrei proprio sapere che sapore ha, dopo un viaggio in barcone e l’acqua salata, dopo che a uno di loro è stato dato fuoco perché in mare non voleva proprio buttarsi. Me lo chiedo mentre, su Facebook, leggo che “sono stati scaricati da una corriera una trentina di profughi in Borgo Treviso con sottobraccio un materassino”. “Qualcuno ne sa qualcosa?”, chiede una voce.

Ne sanno qualcosa, sì, tutti quelli che hanno scelto di uscire di casa per andare a conoscere quei ragazzi con il materassino. Ne sa qualcosa Rosy, che ha sfornato le pizze e alla fine del lavoro ha voluto andare a guardarli, questi poveri ragazzi che sono come i nostri figli. Ne sa qualcosa chi fotografa, chi balla imparando i loro gesti, chi suona la chitarra e poi chi ha cucinato, che la cucina, si sa, è un bel modo di amare.

Migranti, Castelfranco VenetoE ne sa qualcosa anche la chiesa (lo dico, io, senza il minimo rischio di essere accusata di parzialità) che, mentre il sindaco andava all’attacco con un’ordinanza indecente e inutile (“andatevene domenica”, questo il succo, ma il trasferimento era già previsto per lunedì), ha trovato uno spazio e ha aperto le porte.

“India, India”, urlavano tutti per incitare il ragazzo indiano. “Siria, dai, Siria”, ed era la volta del profugo siriano. In cerchio, ieri sera si cantava qualcosa della propria terra. Ad uno ad uno, chi alto, chi basso, chi sottile, chi tozzo, si alternavano su un palcoscenico inesistente per salvare qualcosa del passato. “La canzone dice: se vuoi ballare, balla in modo sciolto. E noi vedremo ora chi balla meglio qui”, traduce con fierezza uno dei ragazzi. E per un momento i testi leggeri fanno apparire quel viaggio tremendo un viaggio di piacere.

Allora, subito, io penso al diritto, quel diritto che ho studiato e che, molto prima che un testo, è cosa viva. Penso a cosa può fare un’ordinanza in un Paese di campagne elettorali permanenti. Cosa può fare un sindaco se sceglie di sbagliare per appartenenza e, tradendo la propria umanità, trascina chi dovrebbe guidare.

Migranti, Castelfranco VenetoMa penso anche a cos’è il diritto per un’amica preziosa che il tempo mi ha regalato. All’avvocato che lei sarà, che sta già diventando, quando studia e vive e difende queste storie di migrazione disperata. Penso alla Ventimiglia che mi ha raccontato, lei che a Ventimiglia è stata e che parla sempre e soltanto di quel che vede con gli occhi.

E vorrei che tutti sapessimo guardare prima di parlare, misurare le parole prima di dirle, riscriverle ancor prima di scriverle. Non per negare un problema enorme (che cos’è, in fondo, l’Europa) ma perché il cielo è troppo grande per capirlo al volo. E se non sappiamo dov’è la Siria, cos’è una commissione territoriale, cosa significa ricorso, quanto stretti si sta in un barcone e cosa vuol dire lavarsi i denti in mare alle sette di mattina, se siamo ignoranti saremo sempre, tutti, meno umani.

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4 pensieri su “Quando i migranti ci arrivano in casa – tra materassi, ignoranza e umanità

  1. ho pianto leggendoti, sono tornata a piangere rileggendoti, e non smetto…
    sono una volontaria a tutto tondo, nel senso che dedico la mia vita ai più deboli, ai piveri, agli emerginati delle ns società…avrei voluto essere con voi e ballare sotto le stelle e la luna di Castelfranco, avrei voluto accogliere abbracciando queste persone, e portare loro, un pò di amore, ma sono lontana…
    Grazie per questa tua testimonianza

  2. Bel discorso, peccato che ai tanti ITALIANI che soffrono questa Odiosa migrazione e sono costretti a vivere in macchina e senza un soldo senza essere aiutati e amati, sono costretti a vedere questi opportunisti di clandestini che, dove passano sporcano(Purtroppo è nelle loro natura distruggere il nostro lavoro e mettere al mondo figli che non sanno mantenere) e si lamentano.
    Non lasciatevi fuorviare perche arrivano fingendo di scappare dalle guerre.
    Gli odio tutti quanti questi porci…. E sono diventato un Grande Razzista.
    Ho dovuto soffrire tanto in questi ultimi anni e NESSUNO mi ha aiutato tranne i miei genitori.
    Ho sentito tante parole “non ti preoccupare noi apprezziamo quelli come te che cambiano addirittura stile di vita, studiando e cercando di capire come affrontare questo mondo, io ti darò una mano”.
    Questa persona alla fine mi ha solo sfruttato e non aiutato.
    Non lasciate che l’italia venga conquistata dagli affricani, perchè hanno trovato un modo infallibile per far vivere i loro figli come e meglio di noi e i nostri figli, corronpendo qua maviosi e politici.
    Se continuerà così tra 25 anni saremo noi i clandestini.
    In questo giorno voglio che senza mezzi termini la giente si svegli.
    Marco

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