Casa dolce casa, il sacco a pelo e le sorelle di Termini

È ora di traslocare, sì, ancora una volta. Se non altro per recuperare, in una manciata d’anni, tutti gli spostamenti che non hai fatto da piccola. Tu che non hai mai visto arrivare l’impresa di traslochi, non hai mai pianto per il pupazzo scomparso, mai conosciuto scotch e scatoloni, adesso vivi un trasloco continuo, anno dopo anno, numero civico dopo numero civico.

Ed è arrivato anche un momento in cui hai pensato di cambiare periodicamente quartiere. Per conoscere il panettiere, scegliere il tuo nuovo bar, scoprire la faccia del giornalaio. Per fortuna, l’idea è tramontata e, dopo una o due circumnavigazioni di Roma, hai deciso che fosse il momento di ancorarti al chilometro quadrato che ti aveva adottato qualche anno prima. Qui, proprio qui, dove conosci facce, suoni, odori e perfino il matto di quartiere.

Ogni tanto, però, ripensi alla casa del primo sbarco che pare di un’altra vita. E a quella bella ma buia che ora il sole che filtra lo cerchi subito. E poi quella che hai lasciato a malincuore, quella che ti ha visto poco. E c’è la stanza dell’Erasmus e quella di qualche mese. Ricordi la casa con l’amica che era un nido ma l’hanno venduta e la casa di passaggio che andava abbandonata. E c’è la casa di sempre e la casa nuova. Sì, questa casa che scopri minuto per minuto.

Impari, per esempio, che una finestra ha il coraggio di affacciarsi sulla pizzeria. E allora è tutto, e sempre, profumo di pizza fumante. Un altro affaccio è sulla scuola di musica, così, se il piano l’hai abbandonato a un’altra vita, ora ti pare quasi di ritrovarlo, insieme ai fratelli e a quella stanza in cui la nostra musica non si fermava mai.

macchina da scrivereSiccome, poi, la casa è un viaggio, hai voglia di aggiungerci un pezzo alla volta, man mano che vai e che trovi. Come con i cuscini turchi, come con la macchina da scrivere torinese che è arrivata con fatica e con amore dall’America, come con la bicicletta romana che viene dai vicoli del centro, le cose non vanno cercate affannandosi: arrivano e trovano posto.

Chissà che posto hanno trovato, invece, le due signore della stazione. Proprio in questi giorni, alla bellezza di 76 e 73 anni, le hanno prese di peso e portate via. E sarà strano non vederle più, perché loro, le due sorelle, sostavano sul marciapiede di Piazza dei Cinquecento, vivevano con i loro sacchi di plastica, vedevano centinaia di passeggeri andare e venire, di giorno e di notte.

E noi vedevamo loro, lì sospese tra le terme di Diocleziano e la stazione Termini, porto sicuro per chiunque non abbia casa e di casa abbia sempre bisogno. A volte le due si incazzavano pure. Urlavano a chi passasse troppo vicino al loro bordo di strada, oppure a chi le guardasse con troppa insistenza. Io ricordo di averle viste ogni anno e ogni anno di essermi chiesta come fossero arrivate lì, nel cuore di Roma, in due vestaglie colorate.

Eppure, a Termini, le due sorelle volevano vivere, con una cintura d’obesità faticosa da trascinare. Tra un boccone arraffato e le mutande abbassate davanti a tutti, c’era il succo della vita di strada che mette da parte il pudore. Loro, uno dei tanti pezzi di umanità che la stazione svela e protegge, a cui i treni regalano la certezza di un arrivo.

Roma TerminiSì, non ci sono solo il frecciarossa e il frecciargento e il mendicante e il kebabbaro e la giacca e cravatta in ritardo che corre verso un appuntamento romano. Ci sono, per esempio, i ragazzi di via Marsala: profughi e richiedenti asilo di vent’anni o poco più che si trovano adesso sulle prime pagine dei giornali ma che erano stati, per anni, solo un sacco a pelo all’Esquilino.

Maledetta, benedetta casa. Ora la Tasi, la luce, i vicini urlanti e le donne coi tacchi, poi i conti che non tornano e i rumori di giorno e certi trapani che suonano di ristrutturazione in corso. E se la casa non ce l’hai e la devi cercare, come dice Battisti “mi vien da piangere: vendesi e tot milioni per anticipo. Soltanto vendesi, vendesi mi sembra quasi impossibile”.

Mentre Tiburtina diventa una tenda, mentre risuona l’allarme scabbia, mentre Milano allestisce l’esposizione universale dei richiedenti asilo in quella involontaria sezione-off che è diventata la stazione centrale, i siti internet pullulano di offerte. Offerte eccezionali, si intende. Come un monolocale seminterrato con fornelli incastrati nel letto e bagno richiudibile in armadio formato mignon. Prezzo speciale: 800 euro. E se non fossimo così italiani e la casa non fosse così importante, così sogno e così impegno di sette camicie, forse cambieremmo zona e cambieremmo vita o malediremmo il furbo offerente e le agenzie immobiliari e l’amministratore e lo zerbino e la caldaia che, mannaggia, si è perfino rotta.

d6bd8169-bad2-442f-a751-0aaa74df66a0_mediumMa la casa, da noi, è dolce per definizione e, allora, eccoci ed accudirla come un bambino. A pensare quale pianta si potrebbe comprare, a immaginare la casa della vita, con il cane e una vera libreria. Che ci sia un parco vicino e un posto per la bici, che si possa scendere sempre, quando si vuole, a sorridere e dire: “Buongiorno, un caffè”. E anche se è tutto troppo lontano ed è tutto un grande boh, anche se in stazione (e non più solo alla tv) vediamo tende e piedi nudi e numeri che salgono, anche se sono ragazzi come noi quelli che si spostano come uccelli migratori, il pensiero della casa comunque rimane. Chiodo fisso, punto fermo, sullo sfondo. Forse è che siamo proprio italiani.

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