Nanni Moretti, le lezioni sul tempo e il tuo famoso impermeabile blu

IMG_7651Piove al momento sbagliato. Non sempre, ma il più delle volte. Stavo, per esempio, sognando di correre finalmente la mia prima mezza maratona. Ma, a parte gli inghippi burocratici e i certificati medici, l’autunno ha deciso che doveva tornare per qualche giorno.

E avrei potuto correre lo stesso e avrei potuto fare una foto con la medaglia. Ma l’unica volta che l’ho fatto, ostinata, ottimista, sotto l’acqua battente di gennaio, ho ereditato una bronchite e troppe raccomandazioni.

Smettila di contraddire il tempo, mi hanno detto. E mi hanno suggerito di cominciare ad assecondarlo, a coccolarlo. Smettila di non fermarti mai, mi hanno detto. E mi hanno consigliato di cominciare ad amare le pause, oltre alle corse.

Ci provo sempre davanti a certe camomille delle 23.08 e tento l’impresa anche la domenica, sul divano, accettando l’idea che i cacciatori di fantasmi e il banco dei pugni e gli altri signori del digitale terrestre non mi stiano facendo sprecare le ore. Ormai riesco perfino a svegliarmi più tardi il fine settimana. E, dato che qualcosa del lavoro l’ho visto (non i soldi, però), colgo il valore dell’ozio puro, quello che prima riservavo a tre giorni l’anno.

Poi, però, ricado improvvisamente nella mia spirale stacanovista. Salto sul letto alle sette in punto senza bisogno di suonerie moleste, oppure corro troppe volte in una settimana per scoprire, alla fine, che un tendine mi ha tradito. Per non parlare della testa: quella, dolorante, tradisce sempre per ribellarsi alla dittatura dello schermo e dei geni.

Adesso che sono in pausa è tutto un odore di pioggia. E cosa facciamo, e tu cosa vuoi fare, diciamo come gli avvoltoi de “Il libro della giungla”. Ma perché sto correndo anche senza correre?

Si potrebbe andare al cinema, forse. Poi, probabilmente, ci andrà anche un bicchiere. Ma per scegliere il posto ci metteremo un po’. E io sono di quelli che non ricordano i nomi, di quelli che a chi chiede non saprebbero consigliare mai. Eppure mi innamoro dei tavolini e delle tovaglie e so spiegare il perché di questo o quell’angolo di strada, dov’è l’edicola e cosa recitano le insegne. I consigli, però, non li dò. Perché il momento dei consigli è il momento di infinite insicurezze.

mia-madre-2015-nanni-moretti-cov932-932x460E di inadeguatezze. Che ieri erano al cinema con noi e facevano piangere, tra Margherita, una Famous blue raincoat e quel dativo di possesso che tanti hanno dimenticato tra i dettagli di quarta ginnasio. Ho trattenuto il respiro davanti a una donna che copriva di crema idratante le mani della madre. Ultima, estrema forma d’amore. Ho sorriso seguendo la traiettoria quasi circolare del motorino di una figlia durante le lezioni di guida dei genitori. Uno dei primi modi per dire ti voglio bene e ti lascio andare.

Ho riso forte quando John Turturro ha recitato la parte di chi recita. Nel suo italiano malconcio e meraviglioso, in una Roma tutta da riconoscere e da legare ai momenti miei, nel suo ripetere, mentendo, che aveva avuto l’onore di lavorare con Stanley Kubrick.

Avrei voluto dire scusa, Nanni, scusa se dico sempre che non ti sopporto. Perché, in fondo, davvero non può bastare che il risultato sia meraviglioso? Davvero dobbiamo sempre piacere a tutti in ogni grammo e non possiamo essere un po’ lontani e un po’ difettosi, un po’ gelosi del nostro tempo e perfino un po’ stronzi? Qualcuno aveva provato a spiegarmelo, una volta, che devo cercare di pensare ai film e non per forza all’idea che mi sono fatta del signor regista. Il regista è uno stronzo a cui voi permettete di fare di tutto, urla Margherita dopo l’ennesima scena che non va. Sì, ma è anche un uomo. Come l’attore, come Turturro, che nel mezzo del motore e dell’azione e dello stop strilla voglio tornare alla realtà.

marvelli5-500x327La realtà è mamma Ada che se ne sta andando mentre la vita procede a velocità costante e non tutti sanno mettersi in aspettativa per accompagnarla. A cosa pensi, mamma? A domani. 

Lì, tra i libri invecchiati, tra i mobili scuri che non vanno più, nel vocabolario sacro, stanno tutte le parole lette e studiate e quelle che si sarebbe dovuto pronunciare. Lì, il tempo che è andato e i gesti che mancano e non sappiamo tentare.

Lui ha portato la spigola già pulita, Margherita nasconde la carta stagnola di rosticceria. E, tra polmoni e cuore, davanti a un parquet tutto da rifare, in mezzo a bollette che non si trovano più, c’è il latino. Fisso, immobile e vecchio, a cosa serva la piccola Livia ancora non lo sa. Perché le cose, il più delle volte, le capiamo dopo, tardi, sbagliando. Vedi, serve a non fermarti mai al primo significato di un verbo che trovi sul vocabolario.

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