Umbria, Lazio e quasi Campania – schegge d’Italia in regionale

vecchi_per_manoI vicoli più belli sono in mattoni in faccia vista, vecchi di secoli e abitati da un’edera invadente. Ma ci sono anche quelli che sanno di piscio, con qualche gatto e un cassonetto a popolarli e tanto, troppo silenzio intorno. A Perugia li abbiamo cercati con cura, con pazienza e con la voglia di immortalarli in qualche scatto. E il sole non mancava e c’era pure quella iniziale primavera che profuma anche senza fiori sui davanzali, anche senza il tempo di godersela abbastanza.

Sfilava per le strade il giornalismo. Quello di casa nostra e quello che viene da lontano, quello occhialuto e quello dei jeans strappati, quello della carta e quello della tivù. E a proposito di tivù sono finita anche in una diretta, lì, una sagoma del pubblico, mentre si parlava di Expo e di italianissimi ritardi.

La mattina era stata a bordo di un regionale. E forse devo dirlo piano, che mi piacciono i regionali, o potrei sembrare la classica patita delle cose vecchie. Il fatto è che quel lento Roma-Perugia taglia le colline con una forza tale che il verde sembra entrare dai finestrini. Quasi come i ricordi che, passando per Spoleto, ti riportano alla classica tappa nel viaggio verso la Calabria. Si deviava il percorso per mangiare una pizza e dormire una notte. E c’era quel gatto davanti alla stazione. Che non era un gatto ma il Teodolapio, un duca in acciaio verniciato nonché la prima scultura monumentale stabile del mondo.

A Foligno tocca scendere per cambiare treno. E, nell’attesa, si addenta un pezzo di pizza e si approda al “grande teatro” del bar della stazione. Ci sono i due baristi e un vecchio diviso tra un panino e un bicchiere di vino. Ma l’attenzione (nostra) è per la voce al megafono. Perché mentre tutta Italia si è piegata a quei suoni d’uomo metallico, freddi e quasi assemblati, lettera dopo lettera, Foligno resiste con una sonorità diversa. A Foligno si fa musica, si improvvisa. “E’ in arrivo il treno regionale per Perugia numero 7324, anzi no, 7342. In arrivo al binario due”. Sono sicura che a parlare è un uomo coi baffi, con un bagaglio di tante rughe, un fumatore e un padre, un signore di altezza modesta. E avrà una moglie con la gonna sotto il ginocchio, e ai treni vorrà tanto bene.

facciata_palazzoIl mini-metro di Perugia sale e sale, svela una città a piani che, arrivati in alto, è il trionfo dei vicoli e degli scorci sulle colline. Mi ricorda certi angoli delle Marche che ormai conosco e confondo con le cose di casa. Peccato che all’Umbria manchi il mare, diciamo posando il cucchiaino dopo aver mescolato la schiuma bianca appoggiata sul caffè.

Il mare insieme ai vicoli lo trovo, invece, a Gaeta. Io e quegli amici ormai vestiti da avvocati, il primo mare dell’anno, la sorpresa dei paesi e dell’Italia che mi piace studiare. Peccato che in acqua non riesca ancora a buttarmi: è davvero gelida e i coraggiosi sono pochi. Ma mi guardo intorno, tra un convento a strapiombo sul mare e qualche casa abusiva a rovinare il paesaggio. Gaeta è una punta, il suo mare una pancia tenera come quella di mamma. E le strade della città vecchia un sentiero da indagare, tra una sera che va e una pioggia che viene.

Infilando gli occhi in ogni bozza di strada pare quasi di sentirsi a Napoli. O a Lisbona. Insomma, in una di quelle città dal centro vivo come la vita, dove anche il turista si trova in mezzo alle mutande stese e pensa: “Questa è poesia”.

navePoesia, però, è anche la tiella che corriamo ad assaggiare prima che sia troppo tardi. Non è rimasto molto, chi è arrivato prima ha mangiato quasi tutto. Ma riusciamo ad addentare una fetta ripiena di alici e, tra terra e mare, troviamo il succo di quel pezzo di mondo. Mari e monti, ci pare allora, non è solo una moda anni Ottanta, tramontata come tramonta ogni cosa. A Gaeta mari e monti è una forma di rispetto. Per quella terra che è onde e colline, che è acqua e sassi insieme, e mai da soli.

Devo dire ciao e ripartire velocemente verso nord. Altro treno, altri paesaggi. In valigia, però, porto certi vicoli nuovi, certe canotte bianche di un signore sulla settantina. E poi quella tiella impastata e infornata con la somma sapienza delle madri e delle madri delle madri. E’ il basso Lazio, è una lingua di terra affacciata sul mare. Ma chiamatela pure come volete: per me è un breve addio a Roma, un abbraccio, improvviso, alla Campania; raccolto e rubato da un regionale in corsa.

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