Istantanea n.4: Riflessioni su un aperitivo (quello vero)

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C’è quello all’angolo, dove la fila è chilometrica e, ad aspettare un tavolo, passa davanti la vita. Ci sono i posti vecchi e quelli nuovi che, per starci dietro, occorre prendere appunti. Si trovano anche i bar dei cinesi, pronti a condire il sole calante con una birra e un po’ di patatine. Poi assaggi di cannoli, la Sicilia esportata e lo Stretto che quasi non esiste più. E gli amanti dell’etnico, del biologico, del vegano, nuove frontiere che si inseguono l’un l’altra, di anno in anno, come piene di fiumi.

In ogni caso non chiamiamolo apericena e non sogniamoci di ribattezzarlo happy hour. Togliamo gli ombrellini dal primo cocktail e rinunciamo al vestitino un po’ troppo frou-frou. L’aperitivo vero è roba semplice e, con lo sguardo verso nord, lungo la penisola che tutto imita e molto rivisita, capiremo bene di cosa stiamo parlando.

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Ore 19 o su per giù, stradine del centro ma anche di campagna e di periferia. Quattro amici, ma anche sei o sette, si incontrano senza il bisogno di darsi appuntamento. Nessun accordo, nessun orario, perché il loro bar è quello. Nell’aria una certa poesia a cui nessuno farà attenzione. Nell’atmosfera una certa comodità: si narra, infatti, che nessuno all’aperitivo sia mai arrivato in anticipo, nessuno si sia mai sentito in ritardoché l’orario, come detto, non esiste.

Non esistono nemmeno i formalismi, in quei pezzi d’Italia in cui l’aperitivo è nato. Piemonte, Lombardia, Veneto, pure la Liguria e Firenze. Cosa che spiega l’abbigliamento: niente manichini di tutto punto, qui ci si veste come alla luce del giorno. Anche perché, molto spesso, a casa a cambiarsi non ci si torna proprio. E allora saranno jeans e maglietta, e sarà perfino tuta. Il Veneto in questo è maestro, resistente a tutte le sofisticatezze (estetiche e di palato) che, perfino nelle terre originarie, si sono fatte lentamente strada.

Trovate ora gli amici, senza telefono, vagando qua e là fuori e dentro il locale. A questo punto ordinate, con decisione, conquistando lo sguardo della cameriera indaffarata. Siete di fronte alla prova del nove. Uno spritz a sei euro? È una grande malattia italiana che permette di capire dove l’aperitivo non è di casa, dove da certezza popolare è stato trasformato in teatrino all’aria aperta. Sono pochi i casi in cui il rito resiste autentico: qui, l’inflazione ha portato a toccare la soglia massima di 2 euro e 50. Ma spesso ci si ferma ancora a 2, chissà se per onestà o se per rispetto della tradizione.

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C’è anche chi preferisce il vino, letto rigorosamente tra quelli scritti su una grande lavagna dietro il bancone. Quale che sia la scelta, arriverà qualche cichéto d’accompagnamento. E il cichéto non è lo shot che si beve ma un piccolo morso da mangiare. Una sottile “musica” sullo sfondo che non avete chiesto ma sarà regalata al vostro stomaco. Un piccolo gesto d’amore, insomma, o anche solo di cortesia: un crostino, manciate di dadi di mortadella e, se va bene, qualcosa di più.

Qualcosa che, comunque, nelle vere terre dell’aperitivo non sostituirà mai la cena. Anche perché una mamma o una donna o il prezioso uomo-che-sa-cucinare vi sta già aspettando a casa e quello era solo lo svago di un attimo. Una pausa dai libri o dal lavoro, un inno alla sera.

Apericena, invece, è un brutto termine inventato di sana pianta. Non che si voglia dire che l’aperitivo non può diventare abbondante e saziare fino al giorno dopo. Anche perché è questo che ormai fa (con rare eccezioni, appunto) in ogni angolo d’Italia, e sappiamo bene che combattere contro i mulini a vento è tanto affascinante quanto inutile. Il suggerimento, allora, è di farsi furbi: accettiamo la nuova prassi come realtà, diciamo sì agli inviti di gruppo e a quei tavoli da cena-che-non-è-proprio-cena-ma-sì-dai-è-quasi-cena. Diciamo no, però, a quel solo, unico, misero piattino mignon al prezzo di 10, anche 15 euro; che l’offerta sia almeno illimitata: avremo riadattato il concetto, ma non resteremo delusi.

Quando, come? Non il sabato “per il fatto che è finalmente andata la settimana”. Non il venerdì “perché comincia il weekend”. Il segreto è in qualsiasi giorno possibile, purché lo spirito sia ozioso, il cronometro sia spento e i pensieri siano rimasti a casa per lasciar posto a una goccia d’alcol e a un assaggio di baccalà mantecato spalmato sul pane.

Poi ecco una nota, ultima e fondamentale: lo spritz non è una vetrina, non comportiamoci come se stessimo andando a una sfilata o a un intellettualissimo vernissage. Evitiamo, magari, anche quegli scatti in posa dei fotografi d’occasione, piccolo, tamarro rigurgito di Billionaire che ha trovato un certo seguito in giro. Sono cose che non fanno proprio per noi, autoctoni delle terre dell’aperitivo, amanti, come siamo, di un anonimo, povero bicchiere tra amici.

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