I nostri vecchi

Gianni Berengo Gardin

A Diego, piccola grande scommessa sulla vita. Perché raccolga tante storie, tanti amici, tanti pezzi di mondo.

Per il signor Alfredo la mattina è due cose: il tg e la posta. Che è anche un modo per dire notizie e lettere, parole insomma. Accende la televisione tra le otto e le otto e mezza, mentre i condomini si lavano i denti, si vestono, raccolgono l’immondizia da portare giù. Si siede su una seggiola scheggiata, Alfredo, e lascia che le notizie del giorno si diffondano. Dal suo gabbiotto all’ingresso del palazzo, dall’ingresso all’ascensore, fin quasi dentro le case.

Lupi si dimette: “Lascio a testa alta”. Tunisi, attentato al museo del Bardo. Quattro italiani tra le vittime. Sindacati, polemiche dopo l’annuncio di Maurizio Landini. “Buongiorno, signor Alfredo”. Ma quasi sempre non risponde. E non è che sia concentrato davanti allo schermo. Il fatto è che si è addormentato sul bastone. E ogni volta che succede (quasi sempre) non si sveglia più fino all’ora delle lettere.

Sì, il vero incarico di Alfredo sono le lettere. Le custodisce come fossero gioielli, le distribuisce come pane quotidiano. Alfredo deve avere 90 anni e certo, da portiere, di errori ne fa. Ma nessuno lo sostituirebbe mai, nessuno gli toglierebbe quel lavoro che più che un lavoro è una passione e più che una passione è diventato un pezzo di vita.

Nel parcheggio davanti al bar della parrocchia c’è Iseo che raccoglie la sua bicicletta. Ha le mani grandi, Iseo, e le unghie un po’ sporche da lavoratore senza sosta. Lavora da sempre e pare che non conosca stanchezza. Oggi pensionato infaticabile, ieri operaio del comune. E si è impegnato talmente tanto, in una vita, che per me Iseo è il Comune.

Gianni Berengo Gardin

Oggi lo vedi sfrecciare in bicicletta, lo guardi sistemare quel campetto di pallacanestro schiacciato tra il fiume e le case. “Ciao Iseo”, urli sperando sempre che si ricordi anche di te, tra gli ottant’anni di paese che ha respirato. E si ricorda, sì che si ricorda. Non il nome, certo, che di bambini ne ha visti tanti. Ma la faccia, quella sì: la riconosce subito. Era già vecchio eppure giovanissimo quando ci accompagnava a camminare in montagna. Lui guardiano della colonia, lui re della scampagnata più difficile, sceglieva due piccoli scudieri perché lo affiancassero, uno a destra e l’altro a sinistra. Poi venivano gli altri, decine di bambini (quelli che di camminare non si stancavano) con in borsa un panino alla marmellata, al collo una borraccia.

Iseo è un pezzo d’anima del piccolo paese di provincia, quello che se sei nato in città non sai di cosa parliamo. Canottiera bianca da lavoratore, carnagione scura non di mare ma di lavoro, dialetto forte, nudo e crudo. E due occhietti vivi come un piccolo fuoco ardente.

Un giorno ha trovato un tozzo di pane per terra. È corso dentro urlando, ha chiamato a raccolta i bambini, ha tenuto un discorso che non ho dimenticato. “Perché il pane è sacro”, spiegava in dialetto tenendo dentro la fame, la guerra e tutta una vita che noi piccoli non conoscevamo.

Non si conosce mai bene la vita dei nostri vecchi. Abitano gli spazi come soprammobili, mentre dovrebbero essere gambe di tavoli, pilastri, muri portanti.

Gianni Berengo GardinIl vecchio Bepi è uno di loro. Occhi azzurri, pelle rosa che a volte si fa rossa, riparava carrozze ferroviarie. Operaio per decenni, si era innamorato una volta soltanto, ma era andata male. E non aveva saputo innamorarsi più. Poi i mobili, dalla pensione fino all’ultimo giorno: Bepi li risistemava, li metteva a nuovo, li accudiva come i figli che non aveva avuto nella sua minuscola casa a pochi passi dal centro.

Passava da noi quasi ogni sera, prima di cena, per salutare e soprattutto per chiacchierare. Aveva tanto bisogno di parlare, ma non l’avrebbe detto mai fino alla fine. D’estate, poi, custodiva la casa, nostra, come fosse sua. Dava da bere alle piante, apriva e chiudeva le finestre, faceva bello il basilico. Un anno era stato incaricato anche di lasciare ai pesci un po’ di mangime. Ma aveva esagerato e i due pesci li avevamo ritrovati morti. Come piegati in due.

Tra un tavolo da salvare e una sedia da rimettere in piedi, Bepi raccontava l’Argentina in cui tanti parenti erano emigrati. Descriveva le mucche, i grandi campi e le recinzioni, diverse dalle nostre ma che ora non ricordo più. E parlava di questa terra lontana, di cugini che a volte arrivavano a ripescare particolari di un passato che se n’era già andato, quasi depositato su un fondo di ricordi.

Dai tavoli, dalle sedie, Bepi trovava anche le frasi, i concetti, gli insegnamenti che ci regalava tra un caffè e un bicchiere d’acqua (le uniche gentilezze che accettava da ospite). “Le donne sono come i tavoli, quelle belle le vedi dalle gambe”, diceva a mia mamma, la sua preferita, che le gambe le ha sempre avute belle. “Da grande avrai tanti gatti”, assicurava invece a me, parlando di morosi che prevedeva di dover contare.

E avrebbe voluto contarli davvero, ma se l’è portato via il mesotelioma. Colpa dell’amianto, che ha mangiato i polmoni e la storia a lui come a tanti.

Nino MiglioriE chissà che fine hanno fatto il panettiere e il gelataio, che tipo di domenica passerà il pizzaiolo, dove si è cacciato il giardiniere. Piccoli ingranaggi nelle giornate, grandi re delle metafore, padroni di mattarelli, vanghe e trattori. Io li immagino ancora nelle loro botteghe, nei campi o a suonare il campanello di casa nostra. Come il barbiere Olindo che arrivava il sabato pomeriggio e, tra un ciuffo e l’altro, parlava della sua Inter.

Abbiamo sempre bisogno dei nostri vecchi. “Diavolo, son nato qui, conosco ogni piega del terreno, ogni albero”. I vecchi sono nel fiume, nei campi, davanti al fuoco, seduti al tavolo della cucina. E a ogni bambino che non voglia perdere un pezzo ne serve almeno uno, uno che racconti le storie della sua terra. E poi disse al vecchio con voce sognante: “Mi piaccion le fiabe, raccontane altre.

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