Storia di un ballerino involontario

(foto: The Forsythe Company)

5392600Un giorno d’inverno ho scoperto che esiste anche una danza involontaria. Che i muscoli possono cominciare a muoversi senza che il cervello lo comandi. A volte fluidi, proprio come in una coreografia, come negli spettacoli di danza contemporanea che è bello vedere a teatro e ripensarci per giorni. Altre volte i movimenti sono scattosi, piccoli segmenti non intenzionali. La testa che fa tic, il collo che fa tac, e le braccia che paiono rami ma si muovono senza vento.

Ho incontrato questi ballerini insoliti nel corridoio di un ospedale. La lista d’attesa era lunga, si aspettava la solita visita di controllo che la fanno per te ma è una scocciatura. Si vedevano i puntuali, mancavano i ritardatari, chiamavano il centralino quelli che avevano cambiato idea (perché qualcuno, sì, cambia sempre idea). C’era, insomma, tutta l’umanità del mondo chiusa in una sala d’attesa. Come succede alle poste, come capita al banco degli affettati, che vicino a una vecchietta gentile che porta ancora il rossetto trovi la ragazza che passa avanti senza battere ciglio. E c’era perfino un bambino non ancora nato: si nascondeva nella pancia della dottoressa.

The-Forsythe-Company-007“Non è che va proprio male male”, risponde il signor L. quando gli chiedono di fare un bilancio. In effetti il paziente L. mantiene un certo controllo, solo la testa e la spalla, per ora, si ribellano alla sua autorità. Continuano a ballare, quel piccolo movimento che fanno certi cantanti per aggiungere forza alle parole.

Ma, mentre i cantanti decidono, il signor L. di piegare il capo non lo decide mai. Spiega che ultimamente dorme meno. “No, non mi sento depresso” e “sì, cucino da solo” e “no, non ho mai pensato al suicidio” e “sì, mi vesto e mi lavo tutti i giorni”, dice allo psichiatra mentre la testa fa tic, il collo fa tac. Il signor L. fa anche ridere e lo sa bene, tanto bene che pare al centro di un gran cabaret. Rido io, ride la figlia P. seduta al suo fianco, provano a controllarsi le dottoresse mentre racconta di quando lavorava in officina. Ancor oggi passa al lavoro, aggiunge e rivendica, perché c’è da dare da mangiare al cane. Mentre ai motori ci pensano i fratelli.

Da giovane, però, di ragazze ne ha conquistate tante, eh. Ci tiene a dirlo e la figlia non si scompone, anzi sorride ancora una volta mentre il braccio del padre si apre all’esterno in un modo che certo lui non aveva comandato. Il difficile viene quando gli chiedono di scrivere: la penna gioca a fare l’anarchica e la firma è un ricamo insolito più che il segno dell’identità. Sembrerebbe, allora, di aver davanti il quaderno di un bambino che impara lentamente, dolcemente a mettere insieme parole.

E invece il piccolo L. ha sessantacinque anni. Una vita tra le ruote, qualche donna e poi una moglie e un’unica figlia, P., che conferma quel che può e sorride del passato di cui ci riempiamo tutti la bocca. Resta spazio anche per una battuta sul divorzio, qualche dettaglio sul pranzo che si mette in tavola sempre e comunque. Mentre di notte, di notte cominciano i problemi.

The Forsythe CompanyNon si riesce a dormire, si conta il tempo che quando lo conti non passa mai. “Ho un peso nel petto, mi sveglio alle 3, alle 5, poi alle 6 mi alzo”, spiega L. con gli occhi grandi, spalancati, quasi fissi. “Ma sono stanco tutto il giorno”. Allora i medici lo interrogano, cercano di capire perché non riesca a riposarsi. Ma questa è un’altra storia, lui è lì prima di tutto perché quella danza involontaria è iniziata. E continuerà.

Così ci spostiamo in un’altra stanza, L. padrone di officina, L. padre ed ex marito si muove oscillante, come può, e chiede aiuto a un corrimano aggrappato al muro. Viene il momento di seguire piccole istruzioni, di completare piccoli giochi. E a vederlo si direbbe che simboli e numeri lo divertono ma forse, più che altro, è solo felice di riuscire a sbrogliarli e di fare, ancora e tutto sommato, bella figura. Sì, fare bella figura può essere davvero una grande felicità.

Nell’altra stanza c’è la figlia, che ha capito, ormai, perché gliel’hanno spiegato, che quei balletti sono una malattia rara. Anche il loro nome, corea di Huntington, parla proprio di danza. Così, mentre il signor L. risponde alle domande e cerca di governare i movimenti, P. parla di lui, ma anche di se stessa, dall’altra parte del muro. Dovrà decidere lei, lei sola, se scoprire con un test genetico qual è il suo futuro. Se suo padre, in eredità, le ha lasciato anche questo fluttuare del corpo che un giorno bussa alla porta e non se ne va.

Qualche ora dopo, mentre rifletto sui muscoli miei, mentre sento la mia stanchezza, mentre cammino e mentre mi siedo, mi scopro a ripensare a una ragazza bionda che ha poco più della mia età. All’azienda per cui lavora da anni come impiegata nel settore commerciale, al ragazzo con cui le cose vanno e non vanno. A sua madre, che vive in un’altra casa, e al padre, che tiene in piedi la casa di una vita. E poi a quell’unica, immensa domanda: fare il test o non farlo, scoprire o non scoprire se è lei quel bastardo 50 per cento che eredita la sorte del padre, se comincerà a ballare senza volerlo, sempre di più, fino a non potersi controllare e a perdere anche la testa.

Intanto, sulla banchina della metro, due ragazze accennano qualche movimento che, a uno sguardo attento, è una bozza di coreografia. Penso ai loro e agli altri muscoli. E alle storie rare che non sappiamo e dovremmo conoscere. No, non per quel bisogno odioso di dirci quanto siamo fortunati. Ma per stare davvero al mondo.

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