La Grecia a pezzi – o piccoli pezzi di Grecia

caposunio1Con la cornetta in mano e la voglia di sentir raccontare storie, incontro, un giorno, la Grecia a pezzi.

Una professoressa dalla voce altalenante, acuta, così insolita a ripensarci, mi descrive i suoi 28 mesi senza lavoro. Poi il ritorno ai banchi dell’università, un salario ridotto di quattro euro l’ora e quei giovani, i suoi ragazzi, che devono lavorare prima e dopo le lezioni. Prendono 200 euro al mese, mi spiega, e sono irrequieti, ansiosi, a tratti difficili da gestire.

Mi dice anche che hanno sempre fame. La fame, quel vero, enorme buco in pancia che a pensarci bene abbiamo sentito poche volte in una vita, lì, in Grecia, lo avvertono anche i bambini. Un giornalista mi racconta dei tanti che vengono abbandonati dai genitori. Mi descrive le mense, creature spontanee, in cui chi ha più formaggio degli altri lo porta per farlo a fette e offrirlo.

Il formaggio greco io me lo ricordo. E mi ricordo lo yogurt, quello vero, con il miele, quello vero. Dovrebbe essere questa l’ambrosia, il misterioso cibo degli dei. Noi la mangiavamo a colazione, era l’ultima gita di sempre, il vagare per la Grecia di un pullman di diciannovenni. Gli esami non esistevano ancora e non c’era il pensiero della maturità. Figurarsi se avevamo ansia per il futuro.

Allora il quartiere della Plaka era vivo, sorrideva come sorridono le giornate di sole. Oggi, invece, è pieno di negozi chiusi, mi spiegano mentre parlano della fine che ha fatto il ceto medio. Borghesia, mi dicono anche: la crisi e l’austerità se la sono mangiata, hanno fagocitato tutto. Basta guardare le saracinesche abbassate, le strade vuote, i gatti soli come cani.

“Siamo in mezzo al niente”, dice la professoressa in un italiano che manca di vocaboli ma è così ricco di immagini. E di incognite. Il niente, questo niente, deve essere il suo vuoto di prospettive. Così diverso da quel niente che è un paesaggio grullo di Grecia selvaggia. Così diverso dai monasteri in mezzo al nulla di Meteora, ancorati alle rocce eppure sospesi in aria, lì, come un miracolo.

“Tanti se ne vanno dalle grandi città, fanno le valigie e tornano in campagna”. Atene non offre più nulla, non dà lavoro, solo fame, mentre “due polli, una gallina, in campagna si trovano sempre”. È il racconto di un addio ai sogni, quasi il ricordo di una vita che non è più quella. Anche la casa di prima smette di essere casa, diventa il luogo in cui forse, un giorno, si tornerà per una visita.

Chissà se noi, invece, rivedremo Capo Sunio, il tempio di Poseidone e la meraviglia del tramonto. Nemmeno volevamo andarci, quel giorno, ché i professori avevano esagerato con i chilometri di viaggio e noi avevamo voglia di ammutinamenti. Poi hanno vinto loro, e per fortuna. Certe volte perdere è meglio. Si vince Capo Sunio, si guadagna un inaspettato Egeo.

caposunio2Ora quelle colonne davanti al mare me le ricordo come si ricordano certi baci. Le ho ritrovate in “Un uomo”, nella Grecia di Panagulis che Oriana Fallaci racconta e che L. mi ha regalato racchiusa in un libro. Lì commuovono, fanno star male, le colonne e le rovine. La Grecia è un labirinto, un inseguimento senza fine, una macchinina verde chiamata Primavera che sfreccia e poi è colpita a morte e bum.

Prima, io non avevo mai pensato alle macchine greche. Quasi che non ci fossero macchine, la Grecia si muoveva solo in quel pullman italiano pieno d’aria viziata e di barrette al sesamo. Oppure era il traghetto che da Ancona raggiunge Igoumenitsa, da Patrasso torna ad Ancona, e ci riempie di voglie e di sogni e si lascia schiaffeggiare dal vento.

Ma è passato del tempo. Chi di noi ha rivisto la Grecia ha visto le isole, le scatole bianche davanti al blu marino, qualche discoteca e tanti italiani. Un’altra cosa, la sola che oggi si salva, l’isola felice del turismo. Fuori da quel microcosmo, non resta che prendere e andare lontano. “Ma io ho più di cinquant’anni, non posso partire così”. È vero, ripartire è anche un lusso. L’unico lusso che resta ai giovani greci.

Il racconto continua con il ritratto di ospedali che non sono più loro. Senza medicine o strumentazioni, non hanno nemmeno garze e siringhe. Taccio e poi mi rendo conto – anch’io! – di aver pensato: “Ma perché studiano ancora, questi ragazzi, e in cosa sperano?”. “Il massimo in cui sperare è un contratto di qualche mese”, mi risponde dalla Spagna una voce giovane. Se un’Europa c’è, penso allora, adesso è proprio questa Europa della cattiva sorte e dei sogni al ribasso, questa Europa in cui nel cassetto non si custodiscono i sogni ma inutili lauree.

Poi, però, in televisione sento la storia di due giovani innamorati che hanno lasciato Atene per un villaggio e hanno aperto un negozio di miele. Eccoli i sogni, chiusi in un vaso che profuma d’acacia. A volte cristallizzano e ci si convince che al cucchiaino non si arriverà mai. E invece loro li prendono, li immergono in un piccolo Egeo bollente, li guardano sciogliersi di nuovo. La natura ha i suoi tempi. Poi tutto si sistema.

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