Lucio torna a casa

La prima cosa che vedo sono i fianchi dei colli euganei, morbidi come i fianchi di una donna. Non di quelle donne spigolose, troppo magre o troppo mascoline. Ma di quelle piene come la terra. I colli che arrivano dopo Bologna, dopo Ferrara, dopo Rovigo con la sua nebbia incessante. Mio padre li percorreva di notte, ai tempi delle guardie mediche. Io e i miei fratelli ce li godevamo di domenica: tempo di bigoli fatti in casa. Pasta veneta dei giorni speciali, ce la preparava la signora Antonietta.

Suo l’impasto, sue due grosse mani sporche di farina. Suo anche il ragù d’anitra che ci sognavamo per giorni. Il marito, il signor Rino, parlava di calcio e viveva d’albergo. Col suo nome ci giocava mio fratello: Signorino, era diventato. Poi, un giorno, hanno ceduto l’attività per vivere il loro ultimo tempo. Allora abbiamo smesso di andarci; e succede così, con i posti parlanti. Devono restare al sapore gustoso dei bigoli.

Meringa_franceseAnche il supermercato dove andavamo da bambini ha un sapore. E’ quello delle meringhe del sabato mattina, una magia di uova e zucchero a velo che faceva dolci la bocca e i pensieri. Un giorno se l’è inghiottito un grande centro commerciale, uno di quei grandi centri dove i vecchi vanno a passare le domeniche estive. Per rinfrescarsi, dicono alcuni. Per divertirsi, dicono altri. Quando nacquero, questi posti, erano l’attrazione, corpi enormi e pieni di organi interni. Pieni di scarpe, vestiti e di boom elettronico. Spazzavano via campi coltivati. Oggi, invece, sono alcuni tra i tanti. E la campagna un miraggio.

E chissà, forse anche ai vecchi interessa meno il piacere delle bocchette che liberano aria condizionata. Forse sono tornati alle classiche pale sul soffitto, quelle che girano e girano e sanno di Sudamerica. Io immagino che preferiscano le pale almeno i cinque vecchi amici che si incontrano ogni sera nella piazzetta da nulla vicino alla caserma. Viale XXI aprile, intervallo tra le sei e le sette. Per i ragazzi è una fila verso l’aperitivo, per i lavoratori è un viaggio di ritorno, per le mogli, pensionate con pancia al seguito, quel momento è la santissima preparazione della cena. Per loro, invece, ragazzi-di-una-volta, lavoratori-di-una-volta, amici-di-sempre, è tempo di sedersi.

Hanno portato cinque sedie di vimini, spaiate eppure ben assortite. Mai una di più, mai una di meno. Che a una certa età quasi ci si conta, tra amici. Non rientrano mai a casa, queste sedie rubate alle cucine. Le lasciano lì anche quando tocca la pioggia. Lì, nella loro piazza del ritorno, dove domani spero di rivederli.

lolasaltaSpera sempre di rivederti il cane, con cui non puoi prendere accordi. Riconosce il motore della macchina, capisce gli arrivi, prevede le uscite. E sa le partenze, forse: forse conosce il senso di una valigia. Perché a volte, quando te ne vai, la ritrovano sul letto, ferma come un sasso.

Altre volte, per niente malinconica, si concede il lusso della fuga. Un giorno è scappata con Pelè. Un cane, si, ma è quasi un uomo: ha un cappotto a quadri, rosso e blu, e gira per il quartiere in cerca di femmine. Si è avvicinato al cancello come per attirarla a sè da lontano. Lui seduttore e calamita, lei pronta a un balzo. Prima e unica fuga d’amore. Le altre, invece, sono state autentiche fughe di libertà. Poi è tornata scodinzolando.

Lo faccio anch’io, celebro il ritorno come le partenze. A cominciare dal gusto della marmellata di casa. Niente a che vedere con quell’imbroglio zuccherato che è in vendita. Sono fragole, albicocche, fichi e le ciliegie a cui ho tolto un osso alla volta. L’estate resiste in un barattolo.

nebbiaFuori dal barattolo, invece, l’aria si è fatta fredda, la sera è diventata nebbia. Quella patina densa che riempie una parte d’Italia soltanto. Solo a volte riesce a piacermi: è quando penso che la nebbia fa immaginare di più. Di questo, almeno, mi convinco. Perché altrimenti ci sta tagliando la vista.

Senza poter vedere il fondo della strada prendo la mia bicicletta, che è da uomo, sì, mi piace così, e corro a casa della nonna lungo la strada del liceo. Chissà che fine ha fatto l’uomo delle sette-e-cinquanta, che fumava e correva e ormai mi conosceva. Intanto sono arrivata alla casa che non dorme mai. Lei l’ha riempita di mobili accumulati negli anni, trovati nei mercatini d’antiquariato di mezzo mondo. Altri oggetti ha osato comprarli in Irlanda, in quei second hand di Belfast in cui non sapeva parlare ma riusciva a farsi capire.

C’è stato perfino un tempo in cui voleva tenere una vespa in salotto. Molto prima, in giardino, aveva fatto costruire un forno a legna per le pizze della domenica. E poi quella casetta per i nipotini che tante altre nonne hanno imitato. Lei, invece, non imitava mai. Il ciliegio, le viti, l’orrenda copia della Gioconda nella stanza dei giochi. C’è anche un Macintosh 128: un grazioso cubetto beige che per alcuni è un pezzo di storia e per lei è un pezzo di passato o forse solo una scatola. Una delle tante, perché non butta via niente. E il cappello del nonno non l’ha mai spostato.

Partenze, ritorni, presenze. Lucio è arrivato e vuole rimanere. Alto, bello, si porta addosso dei denti bianchi che visti sul viso nero vorresti rubarli. Me lo presenta G., mi parla di lui e di altri, di tante odissee di questo mondo che io conoscevo solo per i numeri da bollettino di guerra e lei conosce per le vite che ci stanno dietro. In Italia mi chiamano Lucio, dice prima di raccontare. Dopo accenna a così tanto, ha vissuto così tanto, che non crederesti all’anagrafe e alla biologia. Spiega che è scappato da una guerra che taglia i Paesi in due come si taglia una mela. Che i semi si sono dispersi e la sua famiglia è scappata. Che era contadino, che è stato ribelle, che è fuggito. Poi parla di un barcone in mezzo al mare e dell’alba a Lampedusa.

Lucio, ormai anch’io lo chiamo così, è in Italia e sì, vuole l’Italia per scelta. Con un sorriso e con il suo contratto a tempo indeterminato da Zara. Riesco a immaginarlo in via del Corso. A vederlo in vestito nero e camicia bianca, un perfetto addetto alla sicurezza. Mentre non riesco a immaginare i suoi campi, i suoi bigoli della domenica, le sue meringhe del sabato mattina, le sue geografie mutanti, i suoi vecchi, i cani del suo villaggio, la sua colazione, la casa di sua nonna.

Un giorno tornerà a rivederli. Lo so perché sta aspettando un titolo di viaggio, lo so perché anche se in Italia ha casa, lavoro e documenti, lui oggi è qui a chiedere di poter tornare. Vorrei sapere cosa troverà, se farà in tempo a rivedere il padre e la terra, se ha lasciato lì una donna, un amore, se si era ingannato coi ricordi. E cos’è, per lui, il ritorno.

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