Il tempo spremuto – cronaca (richiesta) di un’amicizia

Noi il tempo l’abbiamo sempre spremuto. Come arance in sacchetto, quelle che se provi a mangiarle a spicchi ti sporchi le mani e ti passa la voglia. Vanno spremute per forza, una dopo l’altra, quattro per fare un bicchiere. Se non le spremi e ti ostini a mangiarle le trovi cattive, non riesci a finirle.

Goccia dopo goccia è anche il nostro tempo. Ci piace studiarlo, scrutarlo, parlare di quelle disgraziate cose immobili che non cambiano mai.

pollaOggi ha l’alloro sulla testa, sorride. La guardo e ripenso a un’aula spenta e semivuota, quella in cui le ho detto, e la conoscevo appena, di mostrare le tette e avremmo passato l’esame. Non le ha mostrate, ma è andata bene. Sarà stato un miracolo, o forse informatica era una farsa.

Ora indossa un tailleur nero, ai piedi un leggero tacco, quello che in sei anni non le avevo mai visto portare. Io le ricordo che manca poco alle pizzette e lo so che la farà sorridere. Forse, chissà, si ricorderà anche che le pizzette sono il nostro tappabuchi collettivo e che, quando capita, lei le prepara per tutti e ce le porta in regalo su un piattino di plastica.

A cena, invece, il menu prevede altro: apre le porte di casa e si dedica al dolce. Sarà pesante, preannuncia. E non importa la stagione e non importano i gusti del pubblico: lei vuole cioccolato e nuvole di panna. I maschi mangiano tanto, dice, ma lo sa che, in questi casi, le donne mangiano di più.

pasteisQuei sapori, poi, li ritrovo in bocca. Come i ricordi. Mi pare di averli davanti, una giornata di pioggia e tre pastéis de Belém. Fragranti all’attacco e teneri in difesa, li abbiamo mangiati un pomeriggio di settembre, sporcandoci il viso di sorrisi. Lisbona era cieli tersi e azulejos colorati. Mio fratello esibiva le sue strade e la città d’adozione. Noi perse e divertite nel nostro quarto anno di università.

Molto prima c’era stata Lione. Io, lei e G. insieme per un giorno e mezzo. Un giro di giostra, un piccolo brivido, ma hai solo un gettone e poi basta. Siamo state lontane un semestre, poi il mio ritorno. E la nostra Barcellona.

Era il primo viaggio. Lei con i racconti di quel che mi ero persa stando lontana, io con il mio entusiasmo per la parentesi francese. Abbiamo cullato il tempo scarpinando fino a Gràcia e poi siamo crollate sul letto di P., dopo aver raccolto pillole della sua saggezza sudamericana. Goccia dopo goccia, metro dopo metro, abbiamo inaugurato la primavera.

Erano i mesi in cui rimanevamo intrappolate nei nostri tentativi d’amore. Lei che non sa scegliere e non sa pretendere, io immersa in una dolcezza che non avrebbe dato frutti.

C’è tempo, diceva Fossati. Mentre a noi pareva che il tempo non cambiasse mai. Eppure ci piaceva, oltre a bastonarci, quel cronometro dilatato. Il motore del bus 490 suonava sempre come un carillon. Pareva che l’autista mi prendesse per mano e mi guidasse fino a Prati. Partivo dopo cena, studiavamo due ore. Questa, almeno, era la versione ufficiale. Poi l’ultimo autobus per tornare, io e i pakistani delle bancarelle di San Pietro.

passiUn’estate mi ha regalato il suo mare in una piccola anfora di vetro. Sì, ha raccolto il mare Adriatico e i sassi della sua spiaggia. Li tengo ancora sulla scrivania, casa dopo casa. Mi fanno pensare alle ore in biblioteca. Agli incontri che non avremmo immaginato. Alle persone che abbiamo conosciuto e che, per scelta, non rivedremo. Mi riportano perfino a Budapest, a due costumi noleggiati e a un’incredibile sauna sotto la neve.

Ma, più di tutto, la mia anfora e il mio mare mi ricordano tre giorni in cui tanto è cambiato. Via, via, vieni via con me, diceva la voce rugosa di Paolo Conte. Solo dopo ho scoperto che il regista esperto era lei. A me, a lui  aveva fatto credere nelle coincidenze.

Ecco, ha finito di parlare. Ecco, un applauso e sua madre irrigidita dall’emozione. A fianco le sorelle, fotocopie bellissime, ma così diverse. E il padre beato tra le donne. Ecco, le solite foto di rito e lei che (lo sapevo) si vergogna. E poi il brindisi, cin. Tra poco lo racconteranno le fotografie, trasformeranno in scatti un flusso continuo. E sarà quasi irreale, rivederle. Perché il tempo, quel tempo che a tratti ci ha anche allontanato (lei distratta, io spenta) è un filo e non una collana di perle.

Oggi ha il sorriso di un bambino che strappa il fiocco su una giostra a seggiolini. Piccoli seggiolini volanti, in fondo non molto diversi dai sedili dell’autobus. Come alle cinque di mattina, io, lei e A. che ci accompagnava a casa. E un calore che mi scalda ancora.

Ora devo tornare alle mie cose, devo devo devo andarmene e lotto sempre contro il tempo. Meno sedici, via, meno sette, meno cinque, e corri, tic, tac, tic, tacSe potessi mi aggrapperei ai seggiolini volanti, li farei girare senza fine e controllerei che ci sia sempre un fiocco da afferrare al volo. E invece ci rincorriamo e mangiamo briciole di tempo.

Le arance, però, sono sempre le stesse: goccia dopo goccia, tutte da spremere.

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