Illumina una piazza

IMG_9056A Piazza Indipendenza non vai perché vuoi andarci, vai perché passavi di lì. Lì, tra Termini e i militari di Castro Pretorio, solo l’ennesima stazione dopo la stazione, quella dove non ci si ferma. Scura anche di giorno, ci sosta tre secondi e mezzo il tuo autobus 310. Niente da guardare al finestrino: solo la scritta gialla del Corriere dello Sport e una targa dorata davanti al Consiglio Superiore della Magistratura. E poi c’è l’inizio di via dei Mille, “i Mille di Garibaldi”, come avvertiva il vigile di Carlo Verdone per aiutare un turista a trovare la via.

Oggi ci sono tante candele per Stefano Cucchi. Centinaia di persone con il fuoco in mano mentre il pomeriggio del sabato diventa sera e i giubbotti si fanno più pesanti. Una bambina presidia le candeline in fila lungo il marciapiede, i carabinieri si tengono a debita distanza. Sullo sfondo la voce che racconta chi era Stefano Cucchi, chi erano quelli come lui che un giorno non sono tornati a casa.

IMG_904519.40, guardi queste candele. Non c’è vento a spegnerle. E finalmente la piazza sa di piazza. Non è più solo quel quadrato verde, il suo bar con le sedie di plastica, il Conad poco oltre. E’ il senso stesso di un posto per tutti, che ritrovi nei ragazzi che se ne vanno ma continuano a parlare di quello che hanno letto, visto, sentito.

Dei pugni, dei calci che devono esserci stati a Piazzale Clodio, nelle celle del tribunale. Dei giorni in ospedale, lui sempre più magro e solo come un cane. Dei processi, tanto lenti quanto veloce corre la vita degli altri. Dell’insufficienza di prove, che oggi nemmeno si chiama più così e bisogna dire (ma che beffa) che il fatto non sussiste. Dura tutto un’ora: col calore della cera torna il senso della piazza.

E quante ne abbiamo viste? Mi ricordo Praça da Figueira, a Lisbona. Era luogo di mercati, mi ha spiegato G., ma per ironiche assonanze (italiane) ha poi riunito le prostitute della zona. Non quelle che immaginate. Donne vissute, malconce, che sulle spalle hanno i loro sessant’anni e qualche peso di troppo. E a vederle non ci si crede, ma stanno cercando clienti.

Come li cercavano, tanti anni fa, lungo il nostro viale della stazione. Allora, però, per me erano soltanto ragazze con la gonnellina corta. Qualche anno dopo sono scomparse, lontano dal centro, scaraventate nel pieno della zona industriale.

Ci sono piazze vive, ci sono piazze morte, piazze fallite. Chi le ha progettate deve aver immaginato i tavolini di un bar, le discussioni belle e inutili, i due euro di spritz che riempiono l’attesa del pranzo e della cena. Mettiamoci una fontana, qui, nel mezzo! E invece il progetto è andato storto: sono gusci vuoti, senza nemmeno i tavolini di plastica. Al massimo ospitano lo sportello di una banca e quegli uffici che, quando arriva il sabato, muoiono tutti d’infarto.

La nostra piazza, invece, hanno deciso di riempirla di macchine. Schierate, esibite, qualche multa qua e là, e non vedi più i palazzi, non vedi i nidi sotto i portici. Né puoi incontrare la signora che legge, di sfuggita, i morti della settimana. Il panorama è solo due file di auto e poi file per fare la fila.

In cerca di un posto si invecchia. A Roma si crepa proprio. A meno che non si trovi un buco per cui spendere un euro e 50 l’ora. “Sulle strade al mattino il troppo traffico mi sfianca; mi innervosiscono i semafori e gli stop, e la sera torno con malesseri speciali. Non servono tranquillanti o terapie, ci vuole un’altra vita, canta qualcuno.

augustarello

A Testaccio, invece, si mangia. Tre cacio e pepe, una gricia, due carbonare, tre amatriciane e una pajata. Noi stiamo in mezzo, sospesi tra un gruppo felice e una coppia in tensione. Loro cercano gli ultimi dati sulla manifestazione e brindano al milione, noi leggiamo il menu. L’uomo e la donna, più in là, parlano della figlia di lei e pensano a se stessi. Ma è adolescente, lo sai, non ne voglio parlare.

IMG_9052La padrona di casa sta apparecchiando un tavolo: sono quasi le tre, ma devono arrivare gli amici e non può dire no. Il suo locale è caldo come il piatto fumante che porta. Caldo com’è piazza San Giovanni per quei trentenni cresciuti che sono scesi in piazza.

Freddi, invece, sono quei paesi che scappano dalla memoria, nati su una strada e morti sulle sue poche perpendicolari. Ci vorrebbero più piazze, più Supersantos da far rimbalzare, più tavolini e più bar, penso io. Ma bisogna saperle costruire, le piazze, e tenerle vive. Come un fuoco, come le candele che, finalmente, hanno illuminato Piazza Indipendenza.

Annunci

3 pensieri su “Illumina una piazza

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...