Tango per due

Compagnia-di-Leonardo-Cuello-Collección-Tango-610x406Allo spettacolo ci arrivo con i piedi zuppi, dopo il temporale furibondo di Piazzale Flaminio. 1 ottobre, fermata del tram numero 2: sulla banchina solo americani scalzi, spagnoli poco vestiti e ragazzi pakistani impegnati a cercare acquirenti. Vendono ombrelli, uno piccolo cinque euro. I loro colleghi, a San Lorenzo, staranno camminando con un mazzo di rose in mano. Delicati come un petalo, com’è il regalo di un fiore, vivono grazie a economiche romanticherie.

Intanto l’Auditorium Parco della Musica aspetta di diventare Buenos Aires. Per una sera soltanto, quanto basta a immaginare i suoni delle milonghe, le facce di un popolo e dei suoi immigrati. Un appassionato signore si guarda intorno, attacca bottone, mi racconta che da più di dieci anni prende lezioni di tango. E non ha più smesso di scendere in pista. Vorrebbe parlare ancora molto, si capisce, ma lo interrompe bruscamente la sala: le luci si abbassano tre volte, in quel modo che (tutti lo sanno) allude all’inizio di uno spettacolo. Allora escono loro, si sporgono da dietro le quinte alla conquista del palcoscenico. Le donne, belle e sensuali nei loro corpi veri, indossano un abito rosso fuoco coraggiosamente scollato sul retro. Gli uomini, vestiti in nero, sono fibre di muscoli e concentrazione. Tu li vedi, femmine e maschi, e non puoi che immaginarli vicini, un po’ come nella storia del mondo.

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Poi ecco quei secondi giusto prima della musica in cui si sentono i respiri di chi si muoverà, si leggono gli sguardi di chi è ancora Juan, Miguel, Sebastian e non è ancora diventato artista. Secondi lunghissimi per chi non sa cosa sia stare su un palcoscenico, inesistenti per chi sul linoleum si muove per ore.

Lo spettacolo vola, se ti distrai (e può capitare) sfugge del tutto di mano. A me è successo in qualche atto degli interminabili balletti classici, forse per età, forse per noia o forse perché fantasticavo. Ma questa sera non succede: c’è il tango, ci sono quelle coppie che si stringono. E poi sul palco, nei camerini, perfino al bar dietro l’angolo (dove si corre a sgranocchiare qualcosa nella pausa tra una prova e l’altra) si nasconde un’arte intensa. E’ fatta di studio e di gocce di sudore che ricamano la schiena.

Quella fatica felice io l’ho incontrata la mattina dello spettacolo. Lui, il direttore, e i suoi ragazzi in calzamaglia pronti per la prova generale. Erano belli come sono i trentenni, solari come sono gli argentini, pronti a ridere come chi si diverte ancora. Quelli che stavano in coppia potevi riconoscerli: c’era qualcosa nell’aria. E cosa lega una coppia che funziona?, avevo chiesto al coreografo, un uomo cresciuto a pane e danze popolari e ballerino dalla tenera età. Serve tanto tempo, come per il vino. E come per la vita stessa, aveva detto sorridendo, in una mescolanza di spagnolo e italiano che suonava meglio di una lingua vera.

Ora che lo ritrovo sul palco alla fine di tutto, pronto a bersi gli applausi, ha gli occhi già ubriachi di felicità. Ma non si dilunga molto: sgattaiola veloce dietro le quinte, lascia ai ballerini quei battiti di mani, lo stipendio migliore. Io, invece, torno indietro nel tempo. Arrivo dritta a me che conosco l’intera geografia del nostro piccolo e splendido teatro, a me che tra quinte e sbarra ho passato quindici anni di vita.

Con i piedi sbagliati, la schiena che in due non si piega, le gambe mai abbastanza elastiche, i giri che vengono e non vengono, e poi quelle punte che massacrano: io una di tante, e forse il vero amore stava proprio lì. Più facile amare per chi pare nato per ballare. Ma, per chi ha poco di buono, continuare è un atto d’amore. Vorrei dirlo, stasera, a chi guarda nell’incanto. A chi ha davanti il sorriso di Leonardo Cuello, la luce negli occhi dei suoi ballerini impeccabili. Vorrei dire che sono veri, sì, e pare di toccarli, quei sorrisi e quella soddisfazione. Ma prima, molto prima, c’è un’arte stupenda e bastarda in cui la natura conta moltissimo, l’impegno tanto, la passione non basta affatto.

Anche il fioraio che lavora davanti al Palazzo del Bo, a Padova, ha il suo spettacolo da guardare. Lui, uomo grande e grosso, e la moglie, piccola e loquace, intrecciano foglie d’alloro che diventano corone per i laureati. Lo fanno anche oggi, e per loro tutti i giorni sono uguali. Sa che io conoscevo Quirino?, li interrompe la voce vicino a me. Il volto del fioraio si illumina all’improvviso. Perché Quirino, che lui, per uno scherzo della memoria, si ostina a chiamare Guerrino, vendeva giornali qualche metro più avanti. Era l’amico del negozio accanto, le quattro parole ogni tanto, la certezza di una vita da commerciante. Di quelle certezze che il tempo, a volte, se le porta via.

Ci manca tanto, Guerrino, dicono insieme, quasi stretti in un tango. E non importa se si chiamava Quirino, se i giornali non li vende più e se, d’altra parte, ormai non li vende nessuno. Non importa nemmeno che Padova sia cambiata così tanto dal disegno nitido dei loro ricordi. Perché ieri sono diventato nonno, dice, e vuole intendere che tutto cambia e che va bene così. In bocca al lupo a suo figlio, aggiunge la moglie capendo che per noi è un giorno diverso. Poi tornano silenziosi e si preparano a godersi la scena. Da quaranta, forse cinquant’anni, le loro corone d’alloro accompagnano la fatica felice dei laureati.

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