Fine estate, il sentiero e la Laguna

IMG_7362È un sentiero di sassi che attraversa la pianura, solca la nostra geografia piatta che, vista da un aereo, è un bel gioco cromatico, quasi un quadro puntinista. Intorno, un verde orizzontale e intenso, le viti che lo attraversano come festoni natalizi, l’acqua del fiume ora limpida ora torbida. In lontananza, la certezza delle montagne che sono sempre lì, un po’ come la nonna seduta al tavolo della cucina.

Estate, più di tutto, è tornare. E il sentiero degli Ezzelini il bel regalo quotidiano di cui si sentiva la mancanza. Il suo splendido tramonto è gratis, ti sorprende mentre corri o pedali. E ora che il tragitto non si estende più solo a sud, verso Padova, ma anche a nord, in direzione della splendida Asolo, la fuga può durare ore e spesso dispiace interromperla.

La vegetazione è rigogliosa, l’ombra non manca, le fronde nascondono sempre qualcosa da vedere. Come il sacello di San Pietro, piccolissima creatura paleocristiana in cui ricordo di essere entrata una sola volta, incantata, alla fine delle elementari. Ora guardo da fuori, sorrido, tolgo il guinzaglio alla Lola proprio sul prato che circonda la chiesa. E lei corre, corre forte, con le zampe dietro che pretenderebbero di superare il muso, mentre i passanti si fermano, chi per una preghiera, chi per una rapida occhiata.

Sono le dieci e otto di un venerdì mattina e una mamma dal vestito a fiori si gode il suo passeggino e il suo congedo di maternità. Due amici, manubrio alla mano e tuta aderente, parlano di Balotelli, del Milan e di un calciomercato che forse si è mangiato il calcio. Poi altre due biciclette, mamma e bambino, lei che insegna come sorpassare chi cammina. Suona il campanello, accelera, vai, dice, e lui esegue, con piccole ruote che girano veloci. Poco avanti un nonno, settantacinque anni  e un bagaglio in pancia (il medico gli avrà detto di fare movimento), sta camminando con i quattro nipotini. Gli ha premuto il berretto in testa per ripararli dal sole e ora racconta loro una storia. Forse, penso, ma chissà, è ancor più bello essere nonno che padre.

Le nostre montagne sembrano avvicinarsi, eppure non è vero, sono sempre lì: Grappa, Tomba e Monfenera. Proprio come la nonna che, indaffarata tra cani, gatti, nipoti e pentole sul fuoco, se vuoi vederla devi andare a cercarla. “Come stai, come sta la mamma?”, chiedono di solito lungo il sentiero. Ma in questi giorni strani la filastrocca è un’altra: hanno sentito che tuo fratello si sposa.

E il giorno in cui tuo fratello si sposa tu non l’avevi previsto. Poi va veloce, dura poco, come il tempo delle lanterne cinesi che i suoi amici liberano nell’aria a notte fonda. Una fiamma le alza, loro salgono e salgono e poi piombano a terra. Spente. Noi in giardino ci chiediamo dove stiano planando, restiamo a fissarle quasi bambini. I più romantici si spingono a esprimere un desiderio.

E finalmente arrivano anche le stelle, dopo una notte di tuoni e una mattina in cui, tra riso lanciato e pioggia, il cielo era parso impazzito. No ghe xe pì e istà de na volta, avevano intonato i vecchi in dialetto, con le loro frasi fatte. Poi, in un attimo, la pioggia battente era passata dolcemente in secondo piano, loro due l’avevano dimenticata, i più ottimisti cominciavano a vederla bella. E chissà come si era sentita lei, la pioggia, a valere per un giorno come il sole.

Alle cinque se n’è andata senza salutare. Non era invitata. Uno squarcio improvviso nel cielo e già qualcuno sfrecciava in bicicletta lungo il solito, vecchio sentiero; quello che oggi, e chi l’avrebbe mai detto, noi dobbiamo trascurare un po’. La vita è strana, ripeto come fanno i vecchi, con lo spirito compiaciuto di chi ha in mano una massima. E una verità.

A poche decine di chilometri dai nostri campi calmi, Venezia, con la sua settantunesima edizione della Mostra del Cinema, in questi giorni è il centro del mondo. Ma è anche il piccolo sogno di noi da bambini, un primo moroso o quasi, i sabati tra amiche, la magia a portata di mano. Tutto cominciava al binario uno di una stazione di provincia; tutto continuava, più grande, più bello, dopo l’arrivo a Santa Lucia. Come quel giorno con il tuo migliore amico, quando siete scappati nelle calli per non pagare uno scontrino eccessivo. Forse la vostra prima questione di principio.

Oggi, nella carrozza, si parla solo di Lido, di cinema e di Al Pacino che sta per arrivare. Una folla involontariamente compatta scende dal treno e si incammina verso il vaporetto. Si parte davanti alla ferrovia e si costeggia presto l’area di Santa Marta, dove una coppia sulla quarantina, prima di scendere, si ferma a salutare un vecchietto. Come sta, è la domanda, e lui risponde che domani andrà in terraferma. È proprio veneziano, mi dico.

Lungo la fondamenta delle Zattere, giovani e meno giovani camminano, baciati da un sole ormai alto. A San Marco ci fermiamo di nuovo, c’è chi scende, chi sale, e io faccio sedere una vecchietta. Si è operata da poco al ginocchio, mi spiega, e se resta a lungo in piedi le si intorpidisce la gamba. Un’altra pausa ai Giardini della Biennale, mentre l’aria nel vaporetto si fa troppo calda e qualcuno decide che è ora di aprire i finestrini. E di bagnarsi, perché all’altezza di Sant’Elena un’onda increspata ci fa sobbalzare e qualche schizzo di laguna raggiunge una donna col cappello di paglia.

Arrivo al Lido e prendo l’autobus che porta al Palazzo del Cinema. La signora a fianco, settant’anni, mi fa sapere che lei non manca mai, che l’atmosfera del festival è imperdibile; meglio, però, restare anche la notte, “quando sarai più grande, perché è meraviglioso”. Io non glielo dico, che ho già l’età, preferisco ascoltarla parlare. Sta andando a prendere il sole, parte da Venezia la mattina per restare qualche ora agli Alberoni, nella parte meridionale del Lido dove il mare è ancora quello della sua gioventù.

lidoSegnali rosso fuoco indicano il Palazzo del Cinema, la Sala Darsena, il Palabiennale e il Palazzo del Casinò. Ma il fulcro di tutto è l’Hotel Excelsior. E non tanto perché gli attori che vogliono un bagno di folla si fanno sorprendere lì, all’imbarcadero del cinque stelle, lasciandosi assaltare dagli scatti dei fotografi appostati da ore. Ma perché è dentro l’Excelsior che il mondo del cinema che conta si sta silenziosamente mobilitando. Me lo spiega bene Luca, che in quel mondo sta riuscendo a mettere piede e che oggi perde tempo con me come farebbe una vera guida turistica, o un amico.

Dopo avermi mostrato un piano terra accessibile a tutti i curiosi, quelli a caccia di personaggi famosi nella terrazza affacciata sul mare, mi porta a scoprire i padiglioni dei vari Paesi (e quanto contano quelli emergenti), le aree di networking e poi i tavolini più appartati dove, davanti a un caffè e a un muffin mignon, si tratta per rendere prodotto ciò che è solo materiale girato. Ti presento l’industria del cinema, è come se mi dicesse. Qui si staccano assegni, qui ci si vende e ci si compra.

In giro qualche voce sulle feste che si daranno in serata. Dove sono, e chi conosci che ci va, e ci andiamo anche noi, che dici? Anche questo è parte del lavoro, piccola battaglia quotidiana per crearsi uno spazio. Oltre al non stare mai fermi, all’adattarsi al recipiente come fluidi. All’essere liquidi come l’acqua della laguna lì di fronte.

Al ritorno scelgo il traghetto che ci mette di più, mi lascio dondolare per un’ora. Il sole, meno energico e più dolce, accarezza l’acqua e sfiora i palazzi. Fotografo con gli occhi (perché non ho altro) qualche ponte sgangherato, i turisti cinesi, le righe rosse e le righe blu dei gondolieri. La gondola è solo un bel giro di giostra, Venezia un imbroglio che riempie la testa soltanto di fatalità. E poi c’è l’ultimo dei grandi scandali italiani, che per me coincide con il ricordo di un manifesto: il Mose serve solo a chi lo fa, dicevano i muri, ed ero bambina. Ma Guccini risale ancora in superficie e allora più di tutto Venezia è anche un sogno, a quaranta chilometri da una delle nostre case qualsiasi.

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