La via del sale

Da Voci di Roma, La Stampa, 24/07/2014

La via del sale

Per chi vive nella Capitale la Via Salaria comincia a Piazza Fiume, costeggia Villa Ada, corre verso l’esterno e poi scompare, lasciando ai cittadini solo i disagi del traffico e dello smog, il problema della prostituzione da marciapiede, i cumuli di rifiuti. Eppure quel che oggi sembra essere solo la strada statale 4 corrisponde ancora, in molti tratti, a una delle più importanti vie consiliari dell’antica Roma.

Al percorso che, dal IV secolo a.c., permetteva di trasportare il sale dal mare fino all’entroterra: circa duecento chilometri di cammino che collegano Roma a Porto d’Ascoli, località di San Benedetto del Tronto, nelle Marche.

E’ una strada che taglia l’Italia di mezzo attraversando gli Appennini. Percorrerla vuol dire ritrovarsi da un momento all’altro nel silenzio di un sentiero immerso nel verde, dove tutto ciò che si incontra sono piccoli paesi arrampicati sulla roccia.

La via del sale

I primi chilometri, quando la via è ancora stretta e l’inquinamento forte, passano all’insegna delle code e dei rallentamenti. Ma basta poco per incontrare il polmone verde di Villa Ada e poi la Valle dell’Aniene, una riserva naturale in cui il fiume si inserisce con mille anse. All’altezza di Nuovo Salario si trova il piccolo aeroporto di Roma Urbe, quello che, al momento della costruzione, in epoca fascista, venne battezzato come aeroporto del Littorio. A Serpentara, invece, c’è il Parco delle Betulle, con la sua bella storia: tre ettari di terreno in cui, circa vent’anni fa, i cittadini, semplici volontari riuniti in un comitato, introdussero piante, arbusti e giochi per bambini. L’amministrazione li premiò: riconobbe l’area come nuovo parco urbano della Capitale.

Mentre strada e ferrovia si accompagnano passo passo, ecco arrivare il confine fisico del Gra, l’anello autostradale che cinge Roma per quasi settanta chilometri. Settebagni, situata poco oltre e ultima stazione che si scorge arrivando da Firenze, regala un piccolo sospiro di sollievo: l’area metropolitana, con le sue concessionarie d’auto periferiche, le fabbriche, i cartelloni pubblicitari spesso abusivi, è quasi alle spalle.

Ci si addentra, così, nella Riserva Naturale della Marcigliana, altra area protetta della Capitale, gestita dall’ente regionale Romanatura. Con il Tevere a ovest, la zona della Bufalotta a sud e Monterotondo a nord est, segna il limite ultimo della città e l’approdo a una geografia diversa, a diversi colori.

La via del sale

Il grigio lascia il posto al verde, la metropoli ai piccoli paesini. Siamo alle pendici dei Monti Sabini, divisi tra le province laziali di Roma e Rieti e la vicina Umbria. Poco lontano dal tragitto, ormai nel reatino, il centro longobardo di Fara in Sabina, con l’abbazia di Farfa, la vista panoramica e il sapore antico di vicoli e frazioni. Vicino al tracciato della Salaria, poi, c’è anche Poggio Mirteto, che da sempre ospita la festa del Carnevalone Liberato. Per ricordare quando, nel 1861, a seguito di una rivolta popolare, una delegazione di cittadini chiese l’indipendenza dallo Stato Pontificio e l’annessione al regno d’Italia.

Si susseguono paesaggi splendidi. E quelle piccole trattorie di passaggio che, a vederle, spingono a chiedersi in che anno si sia fermato il tempo. Sullo sfondo le montagne del reatino, grumi di blu che paiono rubati a una tavolozza.

La via del sale

Alle pendici del Monte Terminillo c’è Rieti, ombelico d’Italia. Con il suo fiume Velino, le chiese, la cinta muraria e i rioni medievali invita a seguire i turisti (più spesso stranieri) per una piccola visita. Poco lontano si trovano anche preziose acque sulfuree, le aquae Cutiliae. Condivise, oggi come secoli fa, dai comuni di Castel Sant’Angelo e di Cittaducale. Rintracciarle è semplicissimo: arrivati alle Terme di Cotilia, basta lasciarsi guidare da un odore tanto sgradevole quanto tipico: sembrerà quello delle uova marce, ma è in realtà il distintivo dello zolfo, usato nei cosmetici e nel trattamento di non poche malattie.

Tante le insegne che, strada facendo, invitano a fermarsi per un panino. Porchetta e ciauscolo, Lazio e Marche: qui ci si contende i palati come ci si spartisce il percorso della Salaria.
Ad Antrodoco resiste, anacronistico, un omaggio a Benito Mussolini. Sul Monte Giano, infatti, usando alberi di pino, i giovani della Scuola Allievi Guardie Forestali impressero, nel 1939, la scritta dux. E ancora la si può leggere da qualche chilometro di distanza. Dopo Posta e Cittareale, si giunge ad Amatrice: sosta piacevole, e non solo per un buon piatto, ma anche per sentire direttamente la storia di quell’unto e cacio che, con l’aggiunta del pomodoro, diede vita a una delle paste più amate.

Superato il comune di Accumoli, si entra in territorio marchigiano. Le nuvole si fanno strada nel verde e, quasi senza accorgerci, arriviamo ad Arquata del Tronto. Nota per la sua rocca medievale, è anche l’unico comune in Europa racchiuso all’interno di ben due aree naturali protette: il Parco Nazionale del Gran Sasso e i Monti della Laga a sud e il Parco Nazionale dei Monti Sibillini a nord.

La via del sale

Di unico, d’altra parte, c’è molto. Non solo la bellezza del panorama, che merita un viaggio e non un semplice passaggio. Ma anche le case di pietra, i camini accesi d’estate, le cose che non avreste immaginato. Vale la pena, allora, di guardarsi attorno. A Quintodecimo, piccolissima frazione, una vecchietta dai capelli bianchi conta le macchine che attraversano quelle terre di funghi e marroni. Ad Acquasanta Terme, poi, si ritrovano le preziose acque sulfuree. Ma ci stiamo avvicinando ad Ascoli e il richiamo più forte è quello delle vere olive fritte. Prima che cominci a dirlo il profumo, lo indicano i segnali lungo la carreggiata.

E’ la valle del Tronto, con tutte le tonalità del verde di montagna. Il fiume che le dà il nome incontra più volte la strada, pare avvinghiarla. Il cielo è tanto vicino da sembrare il soffitto di casa. IMG_7654E Roma, a quasi duecento chilometri di distanza, è ormai un altro mondo. Ad avvicinarsi sempre di più, invece, è quella costa adriatica in cui il sale veniva raccolto per poi essere trasportato come merce preziosa. La Salaria finisce lì, a Porto d’Ascoli, e lo dice una piccola targa all’incrocio. Tanto piccola da passare inosservata, da rendere incredibile il tragitto percorso.

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