2225 chilometri turchi

IMG_7793Una fitta nebbia copre Istanbul alle prime luci dell’alba. Quasi uno scherzo, per noi che vogliamo subito davanti agli occhi quello che abbiamo immaginato. Ed è un velo che non si dissolve fino alla mattina, quando arriviamo, stanchi, a Piazza Taksim. A vederla così, questa piazza addormentata tra la spazzatura, pare uno di quei luoghi insignificanti che si incontrano in qualsiasi città. Ma Taksim, con le sue proteste e la sua repressione, con il Parco Gezi a fianco, ha riportato la Turchia al centro del mondo per mesi.

Percorriamo a piedi la parte di Beyoğlu che resta per raggiungere il Corno d’Oro, prima lungo İstiklal Caddesi, la via che celebra l’indipendenza turca e l’avvento della Repubblica nel 1923, poi scendendo su una stradina da nulla in cui l’aria puzza della sera prima. All’improvviso, svettante, la torre di Galata: dorme ancora, ma tra non molto regalerà a centinaia di turisti il piacere della sua vista sul Bosforo. Il marciapiede è deserto, solo vasi di fiori e qualche vecchio già sveglio e vestito. Tanti, invece, sono i gatti di strada. Se ne contano a decine, presidenti di quartiere, piccoli padroni indiscussi. Randagi sono loro, ma randagia, da qui, pare anche Istanbul.

E’ una di quelle prime impressioni che il tempo non smentirà. Perché, fuori dalla manna turistica che, con moschee e bazar, è l’area di Sultanhamet, Istanbul è una città immensa dove non mancano degrado urbano e baraccopoli. Fascino e decadenza sono vicini di casa.

IMG_8013Ad Eminonu l’aria di porto incontra l’odore forte del pesce. I traghetti vanno e vengono, regolari come pendoli, e piccoli banchetti sgangherati vendono panini fino a notte fonda. Sgombro, qualche fetta di pomodoro e un po’ di cipolla infilati nel pane, per un pranzo o uno spuntino che lo stomaco apprezza e le lire turche permettono di fare doppio. Ma i pescatori, loro non si fermano, faticano sul ponte di Galata. Tutti amici, tutti stanchi e sporchi. Ripensiamo all’Italia, al nostro mare, ai panini di pesce della costa adriatica che Emanuele mi ha fatto scoprire. Quanto si assomigliano, a volte, le cose più semplici, anche se le cerchiamo in mondi lontani.

Intanto è arrivata la fine del Ramadan, è festa nazionale. Quando finalmente lo scopriamo, ci spieghiamo anche un Gran Bazar insolitamente chiuso e silenzioso e il cameriere della splendida pasticceria Hafiz Mustafà che, mentre si beve caffè turco e si assaggiano deliziosi budini e tipici baklava, passa per i tavoli con le forbici in mano a regalare pezzi di dolce.

E se le saracinesche sono abbassate per festeggiare il digiuno concluso, il Palazzo Topkapi, però, apre le porte del suo tesoro di spazi e colori, esibisce ceramiche di Iznik tanto belle che si vorrebbe strapparle ai muri. Ma anche la cena merita, in quel ristorante di Fatih in cui io scruto il menu e, dopo un antipasto di hummus, scelgo il piatto preferito del sultano. La luce nei locali va e viene, qui è intermittenza fisiologica. Le strade, invece, sono un regolare flusso di volti: “voi lo chiamate caos, noi la chiamiamo casa”, puntualizza una maglietta esposta in vetrina.

CIMG_7851apolavori di arte e storia si alternano a viuzze da niente. La basilica di Aya Sofya abbaglia con la sua bellezza e, mentre la percorro, scavo nella memoria in cerca delle lezioni di storia dell’arte del liceo. E’ difficile, però, ricordare più della sua straordinaria trasformazione nel tempo, da luogo del culto cristiano in epoca bizantina a moschea ai tempi di non-so-più-chi. Il resto, tutto il resto, lo devo leggere, per scoprire quanto poco so e quanto vorrei sapere. Così anche alla Moschea Blu, luogo pieno di fascino in cui ci ritroviamo a piedi nudi, un occhio rivolto ai fedeli al di là della balaustra e l’altro attratto dalle ceramiche color turchese che dominano gli interni.

Perfino in certi non luoghi, in certi anfratti che un giorno forse dimenticheremo, ora cogliamo bellezza: la brutta bellezza delle piccole strade insignificanti. Ma non è l’eden, e a ricordarcelo arriva, svelta, una squadra di bambini con pesanti casse d’acqua sulle spalle, a lavorare come muli. E quella famiglia intera che vive per terra, a ridosso del portone intarsiato della pasticceria. Ma, più di tutto, il maschietto solo, impaurito, che a mezzanotte vende fazzoletti di carta sul ponte di Galata. Ripenso alla famigerata crescita economica, al miracolo turco, e mi rendo conto di quante fratture possano riempire il corpo di un paese nello stesso istante in cui se ne loda il progresso.

IMG_7891Il giorno dopo è tempo di promesse mantenute: mangio il mio primo kebab. Non mi dispiace né mi appassiona, come accade con tutto quello che, una volta finito, lascia più sollievo che piacere. La notte, E. si sente male. Forse è quello strano frutto che ha comprato sulla strada per curiosità (“Sono matti a proporre questa specie di zucchina come merenda”). O forse è febbre tifoide, pensiamo nel pensare confuso della notte, mentre la temperatura sale e i muscoli smettono di muoversi. Così, la mattina mi avventuro per le strade di Istanbul in cerca di una farmacia. Si chiama eczane, scopro dopo l’inglese vano e una mimica riuscita, ma è chiusa. Lo sono tutte, perché è l’ultimo, il più importante giorno di festa dopo il digiuno mensile. Allora prendo un tram, scendo a Çapa, posto di vita e non di turismo, e mi avventuro nelle zone dell’ospedale seguendo la freccia che indica l’unica farmacia di turno aperta. Altro che ago nel pagliaio, la fine del Ramadan è molto peggio.

Torno a Sultanhamet portando con me le medicine, l’impressione di essere osservata, l’intenzione di osservare anch’io. Sì, guardo queste facce turche che avrei creduto tutte uguali e invece variano molto. Dal bruno come il carbone ai biondi quasi nordici, dal profilo grezzo ai lineamenti nobili da miniatura. Il diverso convive, com’è per l’infinita civiltà e l’infinita arretratezza di queste terre. Allora penso: il mondo in un paese, un po’ come in Italia.

IMG_8165Undici ore di strada ci portano da una megalopoli di più di tredici milioni di abitanti a un villaggio sperduto della Cappadocia. Nel sonno ci muoviamo, cerchiamo un modo per far scivolare la notte, ci prestiamo spalle e gambe come se tutto fosse suo, tutto fosse mio. Alcuni bambini piangono senza mai fermarsi, quasi miagolii di gatto, e la madre prova a zittirli mentre io mi chiedo che senso abbia pretendere silenzio con uno “shhh” da chi ancora non parla. Poi il sole sale e ci svela un paesaggio nuovo: non più le moschee, i ponti, i turisti d’oriente e d’occidente stretti in file eterne, ma il centro del nulla, solo rocce e orizzonti illimitati.

IMG_8198E’ Göreme, la meta che abbiamo tanto atteso: un paesaggio lunare, un altro mondo fatto di case di pietra color di miele, saliscendi di vicoli e certe rocce appuntite come pastelli che ti circondano da ogni lato. Li chiamano i camini delle fate, riempiono una regione la cui storia è rimasta intatta nella terra per millenni, prima di essere riscoperta da un sacerdote francese nell’Ottocento. E anche se il turismo non manca, nei villaggi il tempo sembra essersi fermato: le pitture rupestri, le chiese e le case scavate nella roccia dagli antichi cristiani sono ancora lì, incredibilmente conservate; ma soprattutto, ad essersi conservato, in Cappadocia, è lo spirito dei luoghi. Che è nei muri, nei vecchi pensosi che, tra le rughe, muovono i pezzi degli scacchi, nei bambini ruspanti che volano sull’altalena.

IMG_8224E se tutto di questa parte di Turchia stupisce, a togliere davvero il fiato è l’alba. Non il sole meraviglioso che illumina il paese, modella le rocce, irradia la stanza e arriva a svegliarci, ma la vista dalla finestra. Una manciata di mongolfiere che fluttuano in aria mentre ci si chiede se sia più bello quel che sta in terra o quel che sta in cielo. La risposta non c’è. C’è solo innamoramento continuo. E perfino le uova a colazione, ormai, cominciano inaspettatamente a piacerci, insieme al pane con la marmellata e al tè turco che qui si beve in continuazione. Peccato solo che manchi il latte, non posso che dire io.

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Con gli occhi pieni di tutto ripartiamo verso l’Anatolia occidentale. Un pulmino, noi e una decina di asiatici che non dormono mai, poi la nuova alba a Pamukkale, minuscolo paesino che nulla ha avuto in sorte se non un’incredibile meraviglia naturale. Una montagna imbiancata, non di neve né di ghiaccio, ma di calcite, quella di cui è colma l’acqua che le scorre sul dorso. Ne è nato qualcosa che somiglia a un castello di cotone, con vasche di travertino formatesi da sole a strapiombo sulla vallata. E’ la natura che gioca a fare la maga. Gli abitanti l’hanno seguita, si sono industriati: hanno reso le loro case alberghi, aperto qualche tavola calda, cercato profitto lì dove prima del boom esisteva solo un mondo contadino.

In cima a quella montagna incantata si trova l’antica Hierapolis. Residuo di città che fu, ha tutto il fascino di una cosa viva. Di teatri e latrine, di case e sacri templi, di vite andate e pietre rimaste. In quella magia ci perdiamo, e perdiamo il senso del tempo. Ma il tramonto lascia posto al buio e toglie di mezzo gli autobus che servivano per tornare al villaggio. Così, dobbiamo camminare per tre chilometri su una strada che non si vede e con gambe che sono sfatte.

Un uomo legge in faccia il nostro smarrimento, si avvicina, parla turco e mastica italiano, o meglio un idioma stentato che chissà in che viaggio, chissà con chi avrà imparato, insieme a spaghetti, pizza e mafia. Dice che tornerà a Pamukkale e manderà un taxi, e noi ci sediamo in attesa, stupiti di come un gesto tanto gratuito possa arrivare nel buio più pesto. Dieci minuti ed eccolo tornare. Ma è lui, non il taxi. O meglio, lui è il taxi. Al primo tornante sorridiamo, al secondo lo lodiamo, al terzo quasi benediciamo il suo popolo tanto ospitale. Ma arrivati a destinazione chiediamo come si può ringraziarlo e “dieci euro”, dice, ghiacciandomi. Chissà se è un altro o se siamo noi a vederlo diverso, penso mentre apro il portafogli. Poteva dire “quel che volete”, poteva chiedere qualcosa nella moneta con cui domani comprerà il pane. Invece l’improvvisato tassista di Pamukkale ha deciso di chiederci quei dieci euro, che qui sono davvero tanto. Capiamo che la sua necessità di tirare avanti vince sulla nostra. Però ci lascia dell’amarezza. Non troppa, ma seduti sul sedile posteriore già la sentiamo, come si sente il fondo del loro caffè scuro quando resta sulla tazzina.

efesoA tre ore di distanza ecco Selçuk, stazione di passaggio, hotel di una notte sola, colazione veloce e via. E’ quella parte del percorso che non serve in sé, ma ad arrivare dove si vuole: a Efeso, enorme città nell’antichità e ora morta e bellissima. Da qui partono tutti. E anche noi. Che per la prima e unica volta, però, veniamo catturati nel circuito del turismo più basso: la trappola del tour organizzato, quello che in questo caso crediamo indispensabile e che è invece il grande inganno degli affaristi della zona. La visita si fa singhiozzo, intervallata com’è da tappe obbligate in negozi prestabiliti. E’ l’industria del turismo che inghiotte l’arte in un boccone solo. Prima il venditore di prodotti tipici, un chiacchierone che dispensa lokum e succo di ciliegia e ci riempie le mani di olio d’oliva assicurando eterna giovinezza. Poi la surreale sfilata di moda di un negozio di pelletteria: commessi travestiti da modelli, trascinati su una passerella improvvisata. Viene da ridere, di quel riso pienamente consapevole che è l’amaro divertimento nell’assurdo. Ecco quanto la pubblicità, gli affari possono farsi spazio persino nella poesia di uno dei siti archeologici più belli al mondo. D’altra parte, Efeso stessa è stata privatizzata e oggi è possibile affittarne il teatro antico per una festa dei diciott’anni. E a Pamukkale, proprio sotto la splendida montagna bianca e le sue piscine naturali, è sorto un triste aquapark. Acqua di un azzurro di plastica, musica da discoteca che riempie la vallata.

vecchiettiPer fortuna, però, l’anonima Selçuk è anche il poetico bar dei vecchi. Quelli che se la raccontano sorseggiando una lira di limonata, ridono mostrando il dente d’oro, giocano a carte senza alzare lo sguardo. Il pergolato li incornicia, felice palcoscenico di vita.

IMG_8577Poi risaliamo lungo la costa per il breve tratto che serve ad arrivare a Izmir. Quanto è diversa, questa Smirne, da quel che abbiamo visto sinora, e quanto in fretta ci arriva il suo profumo di mare, la sua atmosfera vacanziera. Quasi nessun velo copre la nuca delle donne che camminano per strada e mangiano sul Kordon, il lungomare della terza città del Paese. Queste donne, anzi, si mostrano, scegliendo minigonne non meno audaci delle nostre. Anche i giovani, diversi da quelli che abbiamo già visto, vestono e vivono all’occidentale; e se non fosse per la lingua che parlano, per la rucola mangiata con le mani prima che arrivi il piatto, per lo yogurt annacquato che qui è bibita immancabile, davvero crederemmo di essere tornati in una rilassata località costiera europea.

Il mare. Scandisce il ritmo degli abitanti, migliora la vita per il fatto solo di esserci. Ma da queste parti sembra di poter cogliere anche un certo, più diffuso benessere, penso mentre passeggiamo per Konak, che è il fulcro della città, moderna ma piena di storia alle spalle. IMG_7860Nelle stesse ore si giocano i momenti decisivi della campagna elettorale: qualche giorno ancora e si voterà per le elezioni presidenziali. Nove ore di macchina ci riportano a Istanbul, dove il volto di Erdoğan, enorme, campeggia sulle facciate dei palazzi e lascia presagire una vittoria. He’s a bad man, but he will win, mi dice il cameriere dell’hotel, quello che quando siamo stati male ha saputo coccolarci con tè e biscotti. Si, Erdoğan vincerà, ripensiamo vedendo al telegiornale la folla di Konya che lo accoglie festante. Nonostante l’opposizione di piazza, il pugno di ferro, i timori della finanza, gli scandali per la corruzione.

IMG_7802Sono giorni di insolita pioggia. Vogliamo dire arrivederci al denso caffè turco e mangiare un ultimo budino di Mustafà, come ormai chiamiamo, quasi che lo conoscessimo, il fondatore della miglior pasticceria di Eminonu. E’ un signore baffuto che porta un fez nero in testa; così, almeno, dice la vecchia fotografia. Suo padre, non lui aprì il primo negozio ai tempi del sultano Abdulaziz, nel 1864. Ma il piccolo Mustafà, che cresceva tra i muri della confetteria e respirava l’aroma dei suoi dolci, imparò dal padre tanto da superarlo, cominciando a inventare da sé. E anche se il locale passò poi di mano in mano, tanto della tradizione è stato conservato. Come si fa con le ricette.

IMG_8607Così accade pure al Gran Bazar, che certo contiene molto di quel che la guida definisce paccottiglia per turisti, ma i cui muri, le cui pareti dipinte, le cui volte sono rimaste inalterate nei secoli. Anche i venditori sono gli stessi tipi d’uomo: ti assaltano, ti adulano, ti convincono, ti sfiniscono, e infine e immancabilmente qualcosa ti vendono. Anche questa è seduzione. Dai tappeti ai gioielli, dalle monete agli oggetti antichi, dai vestiti alle ceramiche, fino al cibo. Quando è ora, però, interrompono ogni contrattazione e si radunano su una delle vie principali del bazar, dove rivolti alla Mecca recitano le proprie preghiere. Silenzio nel mercato, solo qualcuno preferisce le mezze battute con i vicini, come ai tempi di scuola. Passa mezz’ora e ci si rialza da terra, le voci riprendono a ronzare e noi cerchiamo qualche ultimo oggetto da portare a casa. Ma il tempo inizia a scarseggiare, una pioggia battente ci ostacola, e poi quelle valigie, guardale, com’è che non sono mai grandi abbastanza? Neanche i soldi, a dirla tutta, sono quanti vorremmo, quanti servirebbe a tenerci stretta un po’ di questa Turchia, un po’ di questo tempo. La malinconia nell’aria ci travolge in pieno, innamorati come siamo del viaggio e del viaggiare. Allora ciao Istanbul, diciamo nel tramonto di Galata, e ciao pescatori miei. Ma a lui io dico anche, e lo ripeto, che dobbiamo tornare per la crociera sul Bosforo. E’ sempre meglio, a pensarci bene, avere qualcosa da vedere la seconda volta.

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