Io e lei, l’arte di andare al mare peggio di Fantozzi

Questa storia comincia davanti a un aperitivo: “Domani vorrei andare al mare, andiamoci insieme, dai”. Dici così, e scopri che lei, di solito chiusa in un “ti faccio sapere”, non tanto per improrogabili impegni ma per tenersi stretto il lusso di dire no, ora è stranamente pronta.  “Va bene, domani va bene”. Ha ceduto, per sintetizzare, davanti a uno spicchio di pizza allo speck. La forza inestinguibile del cibo.

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“Scrivi qualcosa per me”. Sogno di una notte d’inizio estate

Tra le quattro e le cinque Roma pare quasi un quadro ordinato. Non ci sono macchine in coda, nemmeno una, e i parcheggi se li cerchi si trovano tutti. Si trova anche qualche autobus, che passa, vola, che ti lascia giusto il tempo di appoggiare un piede e poi via di nuovo. Se dimentichi di urlare “Porta” ti ritrovi al capolinea. Ed è già giorno.

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Perché Guccini è mio nonno. E di quelli come noi

Forse perché uno dei due non l’ho visto mai e perché l’altro non l’ho visto invecchiare, non mi ha vista crescere. O forse perché ricordo gli spalti e i chioschi, la scaletta e la camicia rossa, e l’urlo “Seduti!” a chi si alzava nel pubblico, rubando la vista a quelli dietro. Forse perché ha la barba, quella barba fitta da saggio a cui chiedi i tuoi perché.

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Scappare da Via del Corso. Per amore della città

Cosa non farei per evitare di percorrere la linea dritta che da piazza del Popolo porta a piazza Venezia. E mi perdoneranno le commesse che promettono tutto a 29 euro e 99, e i due ragazzi con musica e break dance. Chiedo scusa anche al vecchio cinema Metropolitan, malinconico e serrato, senza più film, e a quel che rimane di un bike sharing fallimentare, che ha lasciato le rastrelliere e perso le biciclette.

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La città delle buche che diventano voragini

“Ma mica è ‘na voraggine, è una buca”. Così aveva detto, 15 giorni fa, il dipendente del call center dal ciuffo improbabile e dal polpettone di lardo incollato al basso ventre. Aveva ragione: l’asfalto si era forato, ma poco, e aveva aperto un varco sulla strada, ma piccolo. Roba che si sistema in mezza giornata, come certi pianti del mercoledì mattina. Subito erano arrivati i vigili, non meno di quattro, tutti indaffarati all’inverosimile per deviare il traffico e bloccare la strada, quella strada dritta che porta alla stazione Tiburtina in un battito di ciglia.

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“L’ho ucciso perché c’era il sole”

Ho letto una storia brutta, ma brutta davvero. Di due ragazzi che si chiudono in una stanza, ne chiamano un terzo e non lo fanno più uscire. Lo distruggono di colpi, un corpo nudo al decimo piano di un palazzo nel quartiere Collatino. Poi, forse, capiscono. Il primo ammette tutto ai carabinieri, il secondo prova ad ammazzarsi con alcol e barbiturici in un hotel di Piazza Bologna.

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Dai petali ai canguri alle delizie della sharing economy. Abbiamo perso le parole

Matteo (quello piccolo) assembla lettere e diventa famoso. E forse la sua parola esisteva già o forse no, ma poco importa. Il web è esploso come una bombola di gas e i frammenti dei petali hanno raggiunto ogni area semantica. Catapultati alla massima velocità, di tweet in tweet, di post in post, fino al biscotto inzupposo di Antonio Banderas e della sua gallina di famiglia.

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